C’era un tempo in cui a Thiene bastava dire “andemo al Sole Vecio” per sapere già tutto: dove, con chi e soprattutto come ci si sarebbe sentiti. Quel tempo si è chiuso nel 2018, con un giro di chiave discreto ma definitivo, dopo ottantuno anni di attività. Un gesto semplice che ha però tolto alla città uno dei suoi luoghi più autentici, uno di quelli che non avevano bisogno d’insegne luminose per farsi riconoscere.
Il Sole Vecio, in via Trieste, non era solo un albergo con ristorante. Era una seconda casa. Lo era per i thienesi dai capelli ormai brizzolati, che lì sono cresciuti a forza di bicchieri di vino alla mescita, piatti di trippa fumante e baccalà cucinato “come sapevano fare le nonne”. E lo era per chi, anche dopo anni, tornava a sedersi a quei tavoli per riallacciare amicizie mai davvero interrotte.
Dentro quelle mura passava un’umanità varia e irripetibile: pittori, lavoratori, clienti abituali e avventori di passaggio. A volte il vociare si scaldava, coperto dalle ugole delle penne nere, altre volte era solo il tintinnio dei calici a tenere compagnia ai pensieri. Era un luogo vivo, senza fronzoli, dove ci si sentiva “di casa” ancora prima di ordinare.
A custodire quell’anima, per decenni, è stata una famiglia. Il Sole Vecio aprì nel 1937, grazie a Maria Gobetti, passando poi al figlio Romolo e alla nuora Graziella, che per oltre quarant’anni ne è stata il volto e il cuore. Graziella conosceva i thienesi quasi uno a uno, perché quel lavoro non era solo lavoro: era vita quotidiana, fatta di presenze, abitudini, racconti ripetuti mille volte e mai noiosi. C’erano anche le camere dell’albergo, rimaste ferme a un’idea di ospitalità d’altri tempi: semplici, senza modernità ostentata, ma decorose e pulite, pronte ad accogliere chi sceglieva Thiene con passo lento. Un’attività di famiglia vera, che aveva coinvolto anche la nipote Cristina, tra prenotazioni e gestione, nel segno di una continuità ormai rara.
Quando Graziella ha detto “basta”, lo ha fatto con la serenità di chi ha dato tutto. Dopo una vita trascorsa a lavorare, lei e il marito hanno scelto il riposo. Legittimo, inevitabile. Ma per Thiene è stato come perdere un pezzo di sé: non solo un locale, bensì un capitolo di memoria collettiva.
Oggi quell’imposta chiusa fa ancora un certo effetto. Perché il Sole Vecio non era solo un posto dove mangiare o dormire: era un luogo dove il tempo sembrava andare più piano, dove le storie restavano appese nell’aria anche dopo l’ultimo brindisi. E in fondo, finché qualcuno continuerà a dire “ti ricordi il Sole Vecio?”, quel posto non avrà mai chiuso davvero.
di Redazione AltovicentinOnline
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