Ci sono parole che un bambino ascolta e dimentica. E poi ce ne sono altre che restano, anche quando nessuno se ne accorge: quelle che insegnano come reagire alla rabbia, come gestire la frustrazione, come trattare un compagno, come vivere un “no” senza trasformarlo in uno scontro. Oggi questi messaggi arrivano da ovunque, spesso senza filtri, e l’ingenuità dell’età può trasformare un modello sbagliato in una normalità silenziosa. È in questo spazio fragile, ma ricco di possibilità, che diventa fondamentale fermarsi, ascoltare e creare occasioni di dialogo vero.
È quanto è accaduto martedì 27 gennaio 2026, alla scuola primaria e secondaria “Grande Quercia” di Thiene, dove si è svolto l’incontro con Fabio Mancini, modello internazionale e volto iconico di Giorgio Armani, nell’ambito del “Fabio Mancini European School Project”, progetto sociale che porta il dialogo aperto e costruttivo nelle scuole primarie, secondarie e nelle università.
Un incontro che, fin dall’inizio, ha preso una direzione diversa da quella che ci si potrebbe aspettare. I ragazzi attendevano l’arrivo di un personaggio famoso, un modello delle grandi passerelle internazionali. Mancini, a pochi esami dalla laurea in psicologia, si è presentato invece con semplicità e gentilezza, salutando i bambini uno a uno, mettendosi alla loro altezza, spiegando subito che quel giorno non sarebbe stato lì per parlare di moda o di successo, ma per usare quello status come strumento per attirare attenzione e poi spostarla su temi più profondi e necessari.
L’incontro alla Grande Quercia è nato in modo semplice e autentico. Mancini ha raccontato ai ragazzi di essere stato contattato direttamente su Instagram dal professor Stefano, che con garbo gli ha chiesto se fosse disponibile a portare il progetto nella scuola di Thiene. Un messaggio arrivato tra le migliaia che ogni
giorno riceve, oggi il suo profilo conta oltre 458mila follower su Instagram, ma che si è distinto per il contenuto e per l’intento educativo. Essendo il Fabio Mancini European School Project un progetto aperto, sociale e senza scopo di lucro, l’accordo è stato immediato: nessun compenso, solo la volontà di esserci. Un dettaglio che Mancini ha voluto condividere con i bambini per far comprendere come il valore di un incontro non si misuri in denaro o apparenza, ma nel significato che porta con sé.
Al centro del dialogo, la capacità di riconoscere emozioni come ansia e stress e imparare a gestirle. Mancini ha raccontato ai ragazzi come, prima di ogni sfilata, utilizzi la respirazione profonda per ritrovare il proprio centro, una pratica appresa durante un percorso personale che lo ha portato anche a confrontarsi con il mondo del buddhismo. Un racconto concreto, lontano da ogni teoria astratta, che ha permesso ai bambini di comprendere come anche chi appare sicuro e affermato viva momenti di fragilità.
Da lì il confronto si è allargato al mondo dei videogiochi, dei social e della musica. Senza demonizzare nulla, Mancini ha invitato i bambini a riflettere su ciò che assorbono ogni giorno e su come certi contenuti, soprattutto quelli legati alla violenza o alla sopraffazione, possano influenzare il modo di reagire nella vita
reale. Si è parlato di giochi online, di musica trap, di follower, di fama, chiedendo ai ragazzi di interrogarsi sul valore reale di ciò che viene seguito e imitato. Le risposte sono state numerose, a volte ingenue, a volte sorprendentemente consapevoli, segno di un ambiente scolastico già abituato al pensiero critico e al confronto.
A confermare questo clima di ascolto e di abitudine al ragionamento è stato anche l’intervento spontaneo di un bambino che ha raccontato come ogni giorno, insieme alla maestra Rita, in classe si parli di questi temi: emozioni, rispetto, relazioni, scelte. Un dettaglio solo in apparenza piccolo, che restituisce il valore di un lavoro educativo quotidiano portato avanti con costanza e sensibilità e che spiega perché i bambini presenti fossero così partecipi, pronti a rispondere, a fare domande, a mettersi in gioco.
Colpisce, in questo contesto, la preparazione e la delicatezza con cui Mancini ha saputo affrontare temi complessi con bambini delle scuole elementari, adattando linguaggio e contenuti senza mai banalizzare. Un equilibrio non scontato, che ha permesso ai ragazzi di sentirsi protagonisti e non spettatori, partecipando attivamente al dialogo e dimostrando, attraverso domande e risposte, una capacità di ragionamento già allenata.
Accanto a Mancini, in ogni incontro del progetto, è presente la dottoressa Iolanda Chinellato, pediatra e primario responsabile SSD Pediatria dell’ospedale San Pio di Castellaneta, docente Uniba e responsabile scientifico del Fabio Mancini European School Project. Il suo ruolo è centrale: durante gli incontri osserva, raccoglie dati e analizza le risposte dei bambini e dei ragazzi, trasformando il dialogo in uno strumento di ricerca. I risultati vengono poi condivisi con il Ministero dell’Istruzione e il Ministero della Salute, contribuendo a una restituzione scientifica che unisce educazione, prevenzione e benessere psicofisico.
Durante l’incontro, Mancini ha condiviso anche una parte intima della propria storia personale: una giovinezza segnata da fragilità familiari, una casa di pochi metri quadrati a Milano, la responsabilità di un fratello più piccolo, la scelta consapevole tra scorciatoie facili e il lavoro onesto. Liceo di giorno, cameriere nel pomeriggio, i nonni e gli insegnanti come punti di riferimento. Un racconto che ha reso ancora più concreto il messaggio: non è l’apparenza a definire una persona, ma le scelte quotidiane.
Non sono mancati momenti di gentilezza semplice, come l’invito ad accompagnare una compagna al posto
prendendola per mano, piccoli gesti che, se ripetuti, insegnano un modo diverso di stare nel mondo. Perché educare non significa solo spiegare, ma mostrare.
Un merito che va riconosciuto alla dirigenza e al corpo docente della Grande Quercia, capaci di proporre esperienze educative di questo livello, creando uno spazio sicuro in cui i bambini possano esprimersi, ascoltare e riflettere. La presenza attenta della preside Silvia Turra e degli insegnanti ha reso possibile un incontro costruito insieme, in cui ogni intervento trovava ascolto e rispetto.
Tra i genitori presenti, Francesca Zovi, mamma di Simone, ha voluto condividere il suo punto di vista:
“Penso che si siano trattati argomenti delicati e attuali, affrontati con un approccio adatto al giovanissimo pubblico, consentendo ai bambini di comprendere e rispondere apertamente e attivamente senza timore. Credo possa essere utile una restituzione dei contenuti anche ai genitori, evidenziando l’ampio respiro del progetto e la sua componente scientifica. Credo fermamente nel dialogo scuola-famiglia per un obiettivo comune”.
Un incontro che ha lasciato il segno non per ciò che ha mostrato, ma per ciò che ha fatto emergere: domande, pensieri, consapevolezze. Perché conoscere davvero i bambini di oggi significa dare loro spazio per parlare, strumenti per capire e adulti disposti ad ascoltare.
Laura San Brunone
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