Sono passate meno di sei ore dall’ultimo bacio al suo bambino, nel lettino dell’ospedale, quando Patrizia Mercolino decide che è arrivato il momento di chiedere giustizia. Dopo aver acquistato il vestitino per la bara del figlio, si reca nello studio del suo legale. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, la madre di Domenico racconta il dolore e la rabbia per una vicenda che, sostiene, «non può restare senza verità».
Davanti alla sua abitazione, a Nola, qualcuno ha appeso uno striscione con la scritta “Domenico perdonaci”. Ma, osserva, a dover chiedere perdono sarebbero coloro che hanno sbagliato. Non fa nomi, perché dice di voler attendere che sia accertata la verità, ma si dice certa che il figlio «se n’è andato per colpa di qualcuno, anzi più di uno».
Ripercorrendo i due mesi di calvario successivi al trapianto, la donna ricorda la sera del 22 dicembre, quando dall’ospedale Ospedale Monaldi la chiamarono per comunicarle la disponibilità di un cuore. Si precipitò in reparto e trascorse la notte accanto al bambino. Il giorno dopo, verso le 9.30, lo salutò prima dell’ingresso in sala operatoria. L’organo, proveniente da Bolzano, arrivò nel pomeriggio.
Al termine dell’intervento, però, le fu comunicato che c’era un problema: il cuore non batteva. Le spiegarono che il piccolo era stato collegato all’Ecmo e che si sarebbe valutato se l’organo avrebbe ripreso a funzionare, assicurandole anche l’inserimento immediato in lista per un nuovo trapianto. La madre sottolinea di non voler accusare l’intera struttura, che definisce un grande ospedale, ma ribadisce che il figlio era un bambino pieno di vita, entrato in sala operatoria con il suo cuore malato ma funzionante.
Secondo il suo racconto al Corriere, nel reparto quel giorno si comprese che qualcosa non aveva funzionato. Si chiede perché non sia stato ammesso subito e perché si sia atteso che la vicenda emergesse sulla stampa. A suo avviso, tutti sapevano ma nessuno ha parlato, per paura. Si dice tradita, presa in giro, perché aveva affidato ai medici la vita del figlio e ritiene che le siano state fornite spiegazioni incomplete, parlando di complicazioni e invitandola ad attendere, mentre – sostiene – la gravità del problema era già chiara.
Pur esprimendo amarezza e disgusto per quanto accaduto, precisa di non voler anticipare giudizi né indicare responsabilità specifiche: sarà l’accertamento dei fatti a stabilire chi abbia sbagliato. Ciò che chiede è che la verità venga fuori e che eventuali responsabilità vengano riconosciute, non per vendetta ma perché simili tragedie non si ripetano.
Racconta di aver parlato al figlio ogni giorno, anche quando era attaccato all’Ecmo e non più cosciente. In queste settimane ha ricevuto numerosi messaggi di solidarietà, anche da esponenti delle istituzioni e della Chiesa. Intende ora dar vita a una fondazione a nome di Domenico, per aiutare altri bambini e mantenere vivo il suo ricordo, mettendo però in guardia da possibili truffe legate alla raccolta di fondi non autorizzata.
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