Il bullismo online ha conseguenze reali: anche chi non lo commette direttamente può pagarne il prezzo. Se tuo figlio insulta, offende o minaccia altri ragazzi sui social, potresti finire tu davanti al giudice. La legge ti considera responsabile, salvo che tu non riesca a dimostrare di aver fatto davvero tutto il possibile per educarlo e sorvegliarlo.
Dire di non conoscere i social non ti mette al riparo da una condanna.
Anche se tuo figlio non è imputabile penalmente, potresti comunque dover risarcire in sede civile i danni causati alla vittima.
Il caso
A Brescia, una ragazzina minorenne aveva creato profili falsi su Instagram e li aveva utilizzati per diffamare pubblicamente una compagna di classe attraverso fotomontaggi pornografici e post offensivi. L’autrice del bullismo era affetta da un lieve ritardo mentale e assistita a scuola da un’insegnante di sostegno e da un educatore domiciliare. Malgrado ciò, aveva bloccato l’accesso ai propri profili social sia ai genitori che agli operatori, iniziando a gestire il social in autonomia.
In sede penale, il Tribunale per i minorenni ha dichiarato la ragazza non imputabile perché considerata incapace di intendere e volere al momento dei fatti, a causa del lieve ritardo mentale certificato dalla legge 104/92. Tuttavia, nonostante la non imputabilità della figlia in sede penale, i genitori sono stati ritenuti responsabili civilmente del danno alla persona e all’immagine della studentessa offesa. La condanna si basa sulla ritenuta inadeguata vigilanza sull’uso di Instagram da parte della figlia, soprattutto considerando le sue note criticità comportamentali e la sua storia clinica.
La responsabilità dei genitori è stata accertata ai sensi dell’articolo 2047 del codice civile, che disciplina il dovere di sorveglianza verso soggetti incapaci. Secondo tale norma il sorvegliante risponde dei danni se non prova di aver impedito la situazione di pericolo. Questo significa che il controllo deve essere attento e continuo, tanto più se si conoscono criticità comportamentali.
Nel caso concreto, i genitori hanno dichiarato di essere “poco esperti di social media”, ma tale giustificazione non è stata accolta dal Tribunale. Il giudice ha ritenuto che proprio la loro scarsa familiarità con i social avrebbe dovuto indurli a esercitare una vigilanza più rigorosa sull’attività online della figlia. La cosiddetta prova liberatoria, prevista dall’articolo 2047 del codice civile, richiede di dimostrare l’esistenza di uno specifico ostacolo che abbia reso impossibile il dovuto controllo. Nella vicenda in esame, tale prova non è stata fornita.
I genitori sono stati condannati a pagare 15 mila euro alla ragazza bullizzata, a titolo di risarcimento per danno all’immagine e alla dignità. La somma è stata calcolata secondo le tabelle milanesi applicate nei casi di diffamazione di modesta gravità, considerando che la vittima non era una persona nota e la risonanza dei contenuti era limitata alla piattaforma Instagram.
Cosa deve fare la vittima di bullismo?
La vittima del bullismo ha quindi, nel proprio arco, due frecce: se il reo ha almeno 14 anni, può sporgere nei suoi riguardi una querela e agire penalmente. Nel processo penale può costituirsi parte civile e chiedere ai genitori del minorenne (che è tale fino al compimento di 18 anni), il risarcimento; se il reo ha meno di 14 anni, può solo chiedere il risarcimento ai genitori con un’azione civile.
In pratica, la legge presume una responsabilità solo civile dei genitori, sia nell’educazione impartita al figlio (“culpa in educando”) sia nella vigilanza esercitata su di lui (cosiddetta “culpa in vigilando“). “Civile” significa che non rispondono del reato (nel senso che non possono essere né incriminati, né puniti), ma solo delle conseguenze del reato (ossia il risarcimento del danno alla vittima).
Per sollevarsi da ogni addebito, la madre e il padre devono fornire prove concrete di non aver potuto intervenire per tempo. In particolare, hanno l’obbligo di dimostrare di aver impartito al figlio un’educazione adeguata e di aver esercitato una vigilanza appropriata, tenendo conto delle condizioni sociali e familiari, dell’età, del carattere e dell’indole del minore.
Ma cosa si intende per “educazione adeguata”? Significa aver trasmesso al figlio valori di rispetto, convivenza civile e consapevolezza del peso delle proprie azioni, soprattutto in rete. Un figlio che insulta, offende o minaccia online dimostra – secondo i giudici – una carenza educativa, che può far ricadere la responsabilità sui genitori.
La giurisprudenza ha chiarito che i genitori devono dimostrare di aver fornito al figlio un’educazione normalmente sufficiente per impostare una corretta vita di relazione, in linea con il suo ambiente, le sue abitudini e la sua personalità.
Fonte La Legge per tutti
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