“No, non mi sono pentita di aver denunciato. L’ho fatto per mantenere la mia dignità, per averla salva e intatta. Ammettere di vivere sotto psicofarmaci non è semplice, ma so che qualcuno dovrà ascoltare e si renderà conto che Cristina non è impazzita. E magari penserà a quanta forza e coraggio servono per fare quello che ho fatto. Spero questo sia d’aiuto per altre donne, perché la paura paralizza e l’ho vissuto sulla mia pelle: non è una metafora”. Lei è Maria Cristina, 16 anni nell’Esercito italiano, una vita operativa, tra carroarmato, poligoni, fucile, una strada scelta per passione, e che oggi le sta sfuggendo via. Dopo aver denunciato un superiore, con il quale ha avuto una frequentazione che la donna ha poi deciso di interrompere, l’uomo, per lo stalking, a ottobre 2023, è stato condannato dal Tribunale di Udine a un anno di reclusione, con pena sospesa ma senza alcun divieto di avvicinamento alla donna.

Ma da quel giorno è proprio la vita di Cristina a scivolare in un abisso. Lo stato di ansia la divora, la paura di vederlo sotto casa, nei luoghi di sua frequentazione, il terrore di ricevere missive come quelle oggetto del procedimento giudiziario, “con frasi porno e profilattici usati”, ricorda Maria Cristina nell’intervista, non l’abbandona mai. Va via il sonno e lei che per lavoro maneggia armi si rende subito conto che non può tornare alla sua vita di prima. All’inizio la caserma le dà la licenza accumulata, poi i congedi che si riconoscono alle donne vittime di violenza, poi iniziano i giorni di malattia.

“Non sono più tornata a lavoro, dicembre 2023 è stato il mio ultimo periodo. Noi militari- spiega Cristina alla Dire- lo sappiamo che prima siamo militari poi umani, io dopo gli atti persecutori e la condanna ho continuato a stare molto male. Ho prima consumato la licenza accumulata, poi ho preso i congedi che la caserma mi ha concesso, poi sono arrivati i certificati medici e ho superato i 45 giorni. Sono stata mandata in convalescenza, ma io lavoro con le armi, facevo i poligoni, sono consapevole che questo malessere è in contrasto con il mio lavoro. Tutti i medici che ho sentito, pubblici e privati, e anche l’infermeria presidiaria a cui sono stata inviata, sono stati concordi nel dire ‘NO al rientro’”. E’ così, un giorno per volta, che Cristina probabilmente si prepara ad essere riformata e forse, almeno questo, entrerà nelle fila del personale civile della Difesa. Ma non è questa la vita che aveva scelto.

“Ormai giro travestita, con occhiali, cappellino, cappuccio, sciarpone. Frequento Udine molto poco, dormo forse due ore a notte. Diversi pareri medici sono stati concordi sul fatto che io debba assumere una terapia farmacologica per insonnia e ansia. Io temo e so che forse non è finita”. Cristina di tutta la sua vicenda ha parlato con il suo comandante. “Ho avuto massima disponibilità, ma ad oggi tra me e il mio stalker, chi ha perso il lavoro sono io. E per lavoro- spiega Cristina- non parlo di stipendio, sto parlando della professione che ho scelto. Quello volevo fare, ma oggi non posso più farlo, come mi metto su un carrarmato con un fucile? Fa male perché le mie difficoltà sono state indotte, ma io sto pagando questi prezzi, io ho perso l’uniforme, il mio lavoro”.

Nella sua vicenda Cristina ha trovato un supporto legale, ma anche psicologico nel Sindacato Unico dei Militari. “Mi hanno guidato, indirizzato, hanno sostenuto le spese legali e medico legali. Senza di loro sarebbe stato invivibile. Li ho conosciuti a metà di questa vicenda quando mi volevano punire perché avevo parlato con una giornalista, mi sono vista in altissimo mare e loro si sono presi cura di me”.

La storia di Cristina “è una delle tante storie di vita vissuta di cui il Sindacato Unico dei Militari si fa carico quotidianamente- spiega il presidente Generale in Ausiliaria, Antonello Arabia- lei è una donna che in maniera convinta ha abbracciato la professione di difendere il nostro Paese in armi e lo ha fatto ricoprendo per anni l’incarico di pilota blindo. Un incarico gravoso e di responsabilità. A lei si affidavano i suoi colleghi che viaggiano in missione o operazione all’interno del mezzo tattico. Dopo lo stalking e la vicenda giudiziaria conclusasi con una condanna penale per il superiore, la vita di Cristina è stata comunque stravolta. Il SUM è con lei con il Dipartimento legale che la difende nella vicenda legata alla possibile comminazione di un provvedimento disciplinare da parte della sua linea di comando; è con lei con il supporto medico legale dei medici legali convenzionati nel suo percorso di riconoscimento dei traumi subiti da questa vicenda. Tanti gli incontri video a distanza, tante le telefonate nelle ore e nei giorni più disparati, ma il SUM con il suo Direttivo c’è sempre. A Cristina noi del SUM dedichiamo questa giornata dell’8 marzo, confermandole la nostra costante presenza al suo fianco”.
“Sono ancora qui che parlo di lui e di questa vicenda, sopravvivo e so che non è finita. Ho denunciato l’ ingiustizia, e cerco la forza che non ho più”, ammette Cristina, che per prima ha avuto la consapevolezza di non poter più maneggiare armi con la sua mente senza sonno e ferita dalle conseguenze di un disturbo post traumatico. Solo che lei voleva fare il militare e per 16 anni è stata il soldato Cristina, in prima linea. Oggi la linea rossa è un’altra.

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