di Mattia Cecchini

“I dati sulla fuga dei giovani dal Veneto devono farci riflettere, ma anche spingerci ad agire con ancor più determinazione. In dieci anni, il numero di giovani laureati che scelgono di trasferirsi all’estero è più che raddoppiato: un segnale che la politica non può ignorare”.

I DATI

Se nel 2014 erano meno di 3.000 i ragazzi in uscita, nel 2024 la cifra è salita a oltre 7.000 partenze annue, con province come Treviso che registrano picchi di quasi 2.000 giovani emigrati in un solo anno. Alla base, “c’è un divario retributivo inaccettabile: già a un anno dalla laurea, un giovane veneto percepisce all’estero uno stipendio netto superiore di circa ottocento euro al mese rispetto ai colleghi rimasti in Italia, una differenza che supera i mille euro dopo cinque anni di carriera”, nota Manildo. I ragazzi che studiano nelle Università del Veneto “devono poter trovare qui opportunità e prospettive di crescita. Il divario salariale e le maggiori opportunità professionali all’estero sono fattori reali, ma proprio per questo dobbiamo rafforzare le politiche che favoriscono lavoro qualificato, innovazione, ricerca e collegamento tra Università e imprese”, afferma Maltauro.

Secondo Manildo, però, “la strategia della giunta Stefani, basata su hub del talento e certificazioni di facciata, si dimostra del tutto inefficace nel contrastare questa emorragia. La narrazione di un Veneto terra di opportunità si scontra con una programmazione finanziaria che, nelle previsioni per il prossimo triennio, evidenzia un progressivo disimpegno proprio sui capitoli vitali per le nuove generazioni. L’analisi tecnica dei documenti contabili rivela infatti che le risorse destinate alla missione famiglia e ai servizi di supporto alle giovani coppie subiranno un drastico ridimensionamento dopo il 2026, lasciando i progetti di vita dei giovani senza una copertura strutturale garantita. È evidente che le promesse dell’amministrazione regionale mancano di una reale visione a lungo termine, riducendosi a interventi simbolici che non scalfiscono la precarietà occupazionale e abitativa”.

Maltauro però assicura “un lavoro significativo” dell’assessorato allo Sviluppo economico che valorizzi “le competenze dei giovani e la loro capacità di trasformare idee e talento in impresa”. Per Manildo, invece, serve “il contratto d’ingresso, una misura concreta che prevede un’integrazione regionale di 500 euro al mese garantita per i primi due anni di lavoro.

L’obiettivo dichiarato è quello di colmare immediatamente il gap salariale europeo, offrendo ai laureati veneti una ragione solida per restare a costruire qui il proprio percorso professionale. Questa azione deve necessariamente accompagnarsi a un grande fondo regionale per l’abitare, con uno stanziamento certo di 100 milioni di euro l’anno per il recupero degli alloggi pubblici sfitti, garantendo così l’autonomia abitativa alle giovani coppie a canone calmierato”.

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