Prossima fermata, Adamello. Dopo lo studio sul reale rischio di instabilità di quel che resta del ghiacciaio della Marmolada (una campagna che prova a ‘vedere’ come stanno le cose dentro il ghiacciaio a Punta Penia) una nuova indagine si farà sull’Adamello, il più grande ghiacciaio delle Alpi italiane. Con una superficie residua di circa 17 chilometri quadrati, il ghiacciaio dell’Adamello è non solo un serbatoio idrico fondamentale per i territori lombardi e trentini, “ma anche un sistema glaciale complesso, con caratteristiche morfologiche e un grado di frequentazione che rendono opportuna una valutazione sistematica delle condizioni di stabilità, dei rischi di formazione di laghi glaciali e del degrado del permafrost nelle aree circostanti”. Lo evidenzia il Gruppo di lavoro glaciologico-geofisico per lo studio della Marmolada (che comprende le Università di Parma e Padova, con ricercatori dell’Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale) fin qui impegnati sul ghiacciaio di Punta Penia con georadar multibanda su drone e da terra. Lo stesso approccio sarà esteso all’Adamello.

 

CAPIRE I MECCANISMI PER PREVENIRE GLI EVENTI

La montagna alpina sta cambiando più velocemente di quanto i sistemi di sorveglianza attuali siano in grado di seguire. Crolli glaciali, rotte di laghi e frane da permafrost sono fenomeni distinti ma alimentati dalla stessa causa: il riscaldamento in quota. Le metodologie che stiamo sviluppando -dalla Marmolada all’Adamello- puntano a colmare questo divario tra la velocità del cambiamento e la nostra capacità di anticiparlo”, spiega Roberto Francese, dell’Università di Parma e dell’Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale. In altre parole, questo genere di ‘sorveglianza’ è sempre più necessario.

IL RITIRO ACCELERATO DEI GHIACCIAI

Innanzitutto, il ritiro accelerato dei ghiacciai genera settori isolati, assottigliati e termicamente instabili, sempre più soggetti a distacchi improvvisi. Come dimostrato dal crollo della Marmolada del 3 luglio 2022 questi fenomeni possono verificarsi senza preavviso visibile e con una dinamica devastante. Gli eventi di collasso glaciale sulle Alpi sono in aumento di frequenza e dimensioni dalla fine degli anni ’90, strettamente correlati con l’intensificarsi delle anomalie termiche estive.

I LAGHI GLACIALI A RISCHIO STRARIPAMENTO

Il ritiro dei ghiacciai, poi, lascia dietro di sé bacini d’acqua trattenuti da morene instabili o da dighe di ghiaccio. La rotta improvvisa di questi laghi -fenomeno noto con l’acronimo internazionale GLOF, Glacial Lake Outburst Flood- può scatenare ondate di piena e colate detritiche che percorrono interi fondovalle in pochi minuti, mettendo a rischio infrastrutture, abitati e vite umane. Nell’arco alpino il numero di laghi glaciali è cresciuto considerevolmente nell’ultimo ventennio e la loro sorveglianza rappresenta una sfida sempre più urgente per la protezione civile.

UN PERMAFROST SEMPRE PIÙ DEGRADATO

Infine, il riscaldamento in quota sta disgregando permafrost (il suolo perennemente gelato che funge da cemento naturale tra i blocchi di roccia) e questo ‘erode’ la coesione che manteneva in equilibrio masse rocciose anche di grandi dimensioni. Il risultato è un aumento significativo della frequenza di frane e crolli in quota, spesso difficili da prevedere, che interessano le vie di comunicazione alpina e le zone frequentate da escursionisti e alpinisti.

IL CONFRONTO TRA ADAMELLO E MARMOLADA

Ritiro dei ghiacciai, morene instabili e meno permafrost poi interagiscono e si amplificano reciprocamente. La degradazione del permafrost destabilizza le morene che contengono i laghi glaciali; il ritiro dei ghiacciai espone pareti rocciose prima protette dal ghiaccio; le ondate di calore accelerano la fusione glaciale e il riscaldamento delle rocce in quota. “Comprendere e monitorare questi processi in modo integrato è la sfida scientifica” dell’oggi, dicono i ricercatori. L’utilizzo di antenne a diverse frequenze permette di esplorare l’interno della massa glaciale in modo non invasivo, restituendo un’immagine tridimensionale della struttura interna: geometria del substrato roccioso, variazioni dello spessore del ghiaccio, presenza e distribuzione di eventuali sacche d’acqua o strati saturi alla base. Quest’ultimo elemento è di importanza cruciale: è proprio la presenza di acqua in pressione alla base o all’interno del ghiacciaio il principale segnale di rischio per la valutazione dell’instabilità. L’applicazione del georadar multibanda da drone e da terra, la modellazione numerica della stabilità, la costruzione di scenari di pericolosità, permetterà di confrontare i risultati tra Marmolada e Adamello. “L’obiettivo di lungo termine è dotare le autorità competenti di strumenti quantitativi aggiornati per la gestione integrata del rischio in alta montagna“, dicono infine i ricercatori.

Mattia Cecchini

Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo su:
Stampa questa notizia