Postalmarket non è soltanto una storia d’impresa. È una cartolina ingiallita dell’Italia che fu: quella dei mobili in radica, dei telefoni grigi Sip, delle case dove il catalogo arrivava in buca delle lettere con la stessa regolarità del pane. Un Paese più lento, più fisico, ma capace , quasi senza accorgersene, di inventare un modello che sarebbe tornato di moda trent’anni dopo con un nome americano.
Nel 1959, quando nessuno parlava di “shopping da casa”, un’imprenditrice milanese, Anna Bonomi Bolchini, immagina qualcosa che in Italia non esisteva: un catalogo illustrato da sfogliare sul tavolo della cucina, un modulo da compilare e rispedire per posta, la promessa di ricevere tutto a domicilio con garanzia di rimborso. Dai vestiti agli elettrodomestici, dai giocattoli ai casalinghi. Una piccola rivoluzione silenziosa nata prima che la parola “logistica” diventasse un mantra.
Il successo non arriva di colpo: cresce stagione dopo stagione, mentre l’Italia si urbanizza, consuma, sogna. Negli anni Settanta il catalogo diventa un appuntamento familiare. Un oggetto che entrava nelle case, veniva sfogliato, commentato, quasi ritualizzato. Per molti era un modo per guardare un’Italia moderna che stava arrivando, o che forse non sarebbe mai arrivata del tutto nel loro quartiere. Postalmarket non era solo una vetrina: era un ponte tra desideri e realtà.
Gli anni Ottanta sono il decennio dell’apice. I magazzini lavorano a ritmo frenetico: decine di migliaia di pacchi al giorno, un fatturato che nel 1987 tocca i 385 miliardi di lire, oltre 1.400 dipendenti. Era una macchina perfettamente organizzata, capace di far viaggiare merci da un capo all’altro dell’Italia prima che qualcuno immaginasse gli algoritmi di Amazon. Un e-commerce analogico, costruito con carta, logistica, e un esercito di postini.
Poi arriva il cambiamento. Prima i centri commerciali, che riscrivono l’idea di acquisto. Poi Internet, che ribalta tutto. Postalmarket prova a reinventarsi, passa di mano in mano , dalla tedesca Otto Versand nel 1993, alle varie cordate italiane negli anni Duemila , ma ogni rilancio si inceppa. La storia accelera, l’azienda rallenta. Il 25 luglio 2015 arriva il fallimento. Qualche tentativo di rinascita digitale appare nel 2021, ma nel 2024 il sito è ancora sospeso, come un cantiere aperto che non trova mai la fase di rifinitura.
Eppure, guardando indietro, c’è qualcosa di sorprendente. Postalmarket aveva già inventato molte cose: la vendita a distanza, il reso garantito, la consegna a domicilio, il catalogo come interfaccia. Aveva creato un rapporto diretto con i consumatori in un’epoca in cui la tecnologia non permetteva altro. Aveva intuito un bisogno, la comodità, molto prima che diventasse globale.
Forse è per questo che la sua storia continua a esercitare una certa nostalgia. Non solo per gli oggetti e le mode d’epoca, ma per quel mondo lento che, senza saperlo, stava già anticipando il futuro. Un futuro che altri avrebbero raccolto, trasformato, portato nelle nuvole dei server e nelle spedizioni in 24 ore.
Postalmarket ha fatto in tempo a nascere, dominare e scomparire prima che Amazon aprisse il suo primo magazzino europeo. E resta lì, nella memoria collettiva italiana, come il ricordo di un’innovazione che abbiamo avuto tra le mani , e che forse non abbiamo mai davvero riconosciuto.
N.B.
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