Nelle sere umide di primavera, quando l’aria si fa più mite e le strade di campagna si svuotano, accade un fenomeno tanto antico quanto fragile: la migrazione degli anfibi. Rospi, rane e tritoni lasciano i loro rifugi nei boschi per raggiungere stagni e laghi dove riprodursi. Un viaggio breve ma estremamente pericoloso, spesso interrotto dall’asfalto e dal traffico. È qui che entra in gioco SOS Anfibi, una rete di volontari impegnati a salvare migliaia di animali ogni anno. A raccontare nel dettaglio questa realtà è Stefania Dal Pra, referente per l’Alto Vicentino.

Il progetto SOS Anfibi nasce nella primavera del 2016, inizialmente in tre siti del Vicentino: Laghi, Lago di Fimon e Strada di Gogna. L’idea prende forma da alcune segnalazioni arrivate a una coppia già attiva nel Padovano, dove iniziative simili erano presenti da più tempo. «Da lì si è sviluppata una rete di referenti locali con competenze naturalistiche», spiega Dal Pra. «Io sono stata contattata perché vivevo vicino a Laghi, dove una volontaria del WWF aveva segnalato numeri altissimi di animali morti lungo la strada che costeggia il lago».

Nel territorio dell’Alto Vicentino, tuttavia, costruire una rete solida di volontari non è stato immediato. «Spesso partecipano più persone provenienti da centri abitati più grandi e limitrofi che non gli abitanti stessi dei paesi coinvolti», osserva. «Le realtà montane o di valle tendono a essere più chiuse, meno propense ad accogliere iniziative esterne». Un fenomeno riscontrato anche sull’Altopiano dei Sette Comuni, dove sono serviti anni per creare gruppi organizzati e numerosi.

Le attività si concentrano soprattutto sulle specie migratrici, quelle che compiono spostamenti stagionali per riprodursi. Tra queste il rospo comune (Bufo bufo), oggi sempre meno diffuso, la rana montana (Rana temporaria), molto adattabile, e la rana di Lataste (Rana latastei), piccola e particolarmente protetta perché endemica della Pianura Padana. In alcune aree montane si incontrano anche il tritone alpestre (Ichthyosaura alpestris) e il raro tritone crestato (Triturus carnifex). Altre specie, come la salamandra pezzata, l’ululone dal ventre giallo o il rospo smeraldino, sono presenti ma meno coinvolte in migrazioni di massa.

Il periodo cruciale è la primavera, ma non esiste un calendario fisso. «Le migrazioni iniziano quando le temperature serali superano i 6 gradi», precisa Dal Pra. «Quest’anno, con un inverno più freddo, siamo partiti tra inizio e metà marzo. Nel 2025 invece, con temperature insolitamente alte, eravamo già operativi a febbraio». L’altitudine gioca un ruolo determinante: nelle zone più basse si parte prima, mentre in montagna si può arrivare anche a fine marzo o inizio aprile.

Una “notte di salvataggio” è un’esperienza intensa e meticolosa. I volontari si ritrovano al tramonto, indossano giubbotti catarifrangenti e si muovono lungo i bordi delle strade con torce e secchi. Gli anfibi vengono raccolti con guanti – per evitare di trasmettere agenti patogeni attraverso la pelle umana – e trasportati oltre la carreggiata, verso il sito riproduttivo. «Gli animali seguono un percorso che hanno “memorizzato” fin dalla nascita», spiega Dal Pra. «Tornano esattamente nei luoghi da cui erano partiti da piccoli».

Le uscite possono durare da una a diverse ore, a seconda dell’intensità della migrazione. In una sola sera si possono incontrare decine o centinaia di esemplari. Dopo la deposizione delle uova, gli stessi individui compiono il percorso inverso, tornando nei boschi: è la

cosiddetta “contromigrazione”, che spesso si sovrappone alla fase iniziale.

Ogni intervento è accompagnato da una raccolta dati estremamente precisa: numero di animali salvati, specie, sesso, condizioni meteo, orario. Tutte le informazioni vengono inserite nella piattaforma savetheprince.net, contribuendo a una banca dati utile per analisi scientifiche. «È citizen science a tutti gli effetti», sottolinea Dal Pra. «Permette di monitorare l’andamento delle popolazioni nel tempo».

I rischi per gli anfibi sono molteplici. Se una certa mortalità è naturale nelle fasi giovanili – quando i neometamorfosati, grandi pochi millimetri, sono estremamente vulnerabili – in età adulta entrano in gioco fattori legati all’attività umana: distruzione degli habitat, cambiamento climatico, introduzione di specie invasive. «Ma sugli investimenti stradali possiamo intervenire direttamente», evidenzia. «In alcuni siti, senza volontari, le popolazioni sarebbero destinate a scomparire».

Il traffico incide in modo drammatico. Non è necessario che l’auto colpisca direttamente l’animale: «Lo spostamento d’aria a velocità elevate può causare il collasso degli organi interni», spiega. «E basta un solo veicolo nel momento sbagliato per provocare decine di morti».

I numeri raccontano meglio di ogni parola l’impatto del progetto: a Laghi si salvano mediamente tra i 7.000 e gli 8.000 rospi ogni anno, oltre a centinaia di rane montane. A Forni si supera il migliaio, mentre a Caltrano-Calvene si registrano tra i 600 e i 1.300 rospi, con presenza anche di rana di Lataste.

Partecipare è semplice e aperto a tutti. «Nessuno arriva preparato», rassicura Dal Pra. «I nuovi volontari vengono affiancati e imparano direttamente sul campo». Oltre alla formazione pratica, da quest’anno è disponibile anche un’app che semplifica la raccolta dei dati.

Le difficoltà restano numerose: strade pericolose, condizioni meteo instabili, ma anche episodi di scarsa sensibilità. «Ci sono stati casi di automobilisti che facevano slalom per spaventare i volontari o investire gli animali», racconta. «Fortunatamente oggi questi comportamenti sono diminuiti».

Fondamentale è anche il dialogo con le istituzioni. In alcuni comuni sono stati installati cartelli di segnalazione per l’attraversamento di anfibi, ma anche per avvisare che lì ci sono i volontari o anche barriere mobili, mentre a Recoaro Mille un tratto di strada viene chiuso temporaneamente durante la migrazione. Più complessa la realizzazione di sottopassi, a causa dei costi elevati e della necessità di manutenzione.

Gli anfibi svolgono un ruolo chiave negli ecosistemi: regolano le popolazioni di insetti, sono fonte di cibo per numerose specie e contribuiscono all’equilibrio delle reti trofiche. «La perdita di biodiversità è evidente», osserva Dal Pra. «Basti pensare a quanto meno spesso oggi dobbiamo pulire il parabrezza dell’auto dopo un viaggio».

Il messaggio conclusivo è un invito alla consapevolezza: «Salvare un anfibio significa proteggere un intero ecosistema. È un gesto piccolo ma potente, che cambia il modo di vedere la natura». Un’esperienza che, come racconta la referente, riesce spesso a trasformare anche i più scettici: «Chi dice di avere paura o ribrezzo, dopo poco tempo si innamora di questo mondo».

 

Letteria Cavallaro

Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo su:
Stampa questa notizia