Prima di essere un Paese che “riceve” migranti, siamo stati, a lungo, un Paese che li ha generati. Non solo al Sud, non solo nei grandi porti. Anche da paesi piccoli, da contrade che oggi si svuotano lentamente e dove restano solo anziani e case chiuse, sono partite famiglie intere con in tasca più paura che soldi.
Non c’erano smartphone per mandare messaggi, non c’era internet per vedere in anticipo le foto dei luoghi dove sarebbero andati a vivere. C’era una voce che correva di casa in casa: “In America danno la terra”, “In Brasile cercano braccia”, “In Argentina pagano il viaggio”. E per molti era già abbastanza.
Quando oggi diciamo “miseria” pensiamo a numeri, percentuali, grafici. Allora era più semplice e più dura: la miseria era un inverno in cui il fieno non bastava, una grandinata che distruggeva il raccolto, un padre che si accorgeva che, anche lavorando dall’alba al buio, i figli sarebbero rimasti poveri come lui.
Era la certezza di un futuro uguale al presente. Nessuna strada in salita, nessun “se mi impegno, ce la faccio”. Per molti, l’unico vero margine di scelta era partire o restare fermi a guardare la fame.
Ci piace pensare che i nostri emigranti siano andati via per “spirito di avventura”. È più rassicurante. La verità è che, nella maggior parte dei casi, se avessero avuto una possibilità dignitosa a casa, sarebbero rimasti.
Il coraggio di chi parte con poco e rischia tutto
Quelli che oggi chiamiamo “clandestini” un tempo eravamo noi, anche se con un vestito migliore nelle fotografie in bianco e nero. Immaginiamoli questi viaggi: settimane in stiva, l’odore di umido, il mal di mare, bambini che piangono, vecchi che non ce la fanno. Il biglietto spesso era pagato a debito, da saldare con anni di lavoro in terre sconosciute. Non sapevano la lingua, non conoscevano le leggi, non avevano nessuna garanzia che, una volta sbarcati, qualcuno li avrebbe davvero aspettati con un contratto o con un pezzo di terra.
Non erano “eroi”. Erano padri disperati, madri spaventate, ragazzi che avevano più coraggio che anni, costretti a puntare tutto sulla stessa, unica carta: andare.
Oggi, quando vediamo chi arriva da lontano, dimentichiamo che, per chi sta su una barca traballante nel Mediterraneo, l’Europa appare esattamente come l’America appariva ai nostri bisnonni: un luogo mitico, dove forse non sarai felice, ma almeno potrai mangiare.
L’altra faccia dell’accoglienza
Siamo abituati a ricordare l’accoglienza “romantica”: la terra assegnata, la casa costruita, la nuova vita che comincia. Ma prima di arrivare lì, c’era anche il disprezzo.
Gli italiani all’estero sono stati chiamati “sporchi”, “ignoranti”, “pericolosi”. In alcune città, non li volevano nemmeno nei quartieri centrali. Venivano pagati meno, trattati come manodopera usa e getta, sopportati ma non davvero accettati. Hanno conosciuto porte chiuse, insulti, cartelli che dicevano che “non si affitta agli italiani”.
Quando oggi, davanti a un centro di accoglienza, qualcuno sbuffa e dice che “vengono qui a rubarci il lavoro”, ripete – senza saperlo – le stesse frasi che un tempo altri rivolgeva a noi.
Questa memoria selettiva è pericolosa: teniamo con cura i ricordi teneri delle cartoline spedite dall’America, ma cancelliamo le umiliazioni, le esclusioni, la fatica di essere “quelli di fuori”.
Molti dei nostri emigranti non sono più tornati. Non perché non volessero, ma perché la vita, con i suoi debiti, i figli, la nuova casa, li ha trattenuti altrove. Eppure, nelle cene di famiglia, il paese d’origine continuava a comparire nella lingua, nei piatti preparati la domenica, nei nomi dati ai bambini.
La nostalgia non è solo il rimpianto estetico di un paesaggio. È una ferita particolare: sapere di appartenere a un posto che non è più tuo, e sentirti straniero in quello che ti ha accolto.
Pensiamo ai ragazzi e alle ragazze che oggi arrivano in Italia: cresceranno tra due mondi, con due lingue, due storie, due identità. Proprio come i figli e i nipoti dei nostri emigranti in Argentina o in Brasile, che si commuovono quando sentono parlare dei paesi dei bisnonni, pur non avendoli mai visti.
Non si tratta di dire che “tutti devono entrare ovunque” o che i problemi non esistono. Si tratta, prima di tutto, di riconoscere una cosa semplice: la storia che oggi vediamo negli occhi di chi arriva l’abbiamo già vissuta noi.
Ogni volta che pronunciamo la parola “migranti” come se parlassimo di un blocco indistinto di persone, senza nomi, né volti, né paure, dimentichiamo che, fino a ieri, “i migranti” erano i nostri nonni. E che, se avessero trovato solo muri, molti di noi, oggi, non esisterebbero nemmeno.
Forse non possiamo risolvere tutto. Ma possiamo scegliere come guardarli: come estranei che disturbano il nostro presente o come specchi che ci restituiscono la parte più scomoda della nostra storia.
Ricordare quando i migranti eravamo noi non serve a farci sentire in colpa. Serve a restare umani.
di Redazione AltovicentinOnline
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