Ogni volta che incrociamo una notizia, varrebbe la pena fermarsi un attimo e chiedersi: chi è l’editore di questo giornale? È una persona, un gruppo industriale, una banca, una fondazione politica, una cooperativa di giornalisti? Da dove arrivano i soldi? Fondi pubblici? Pubblicità? Abbonamenti? Donazioni? Un mix? In che proporzione? E ancora: questo giornale ha mai pubblicato qualcosa di seriamente scomodo per chi lo finanzia? Se non lo fa mai, c’è un problema. Se lo fa e sopravvive, vuol dire che uno spazio di libertà c’è.

Non esiste il giornale perfetto, e nessun modello economico è immune da rischi. Ma un lettore che non si accontenta di “leggere tutto quello che trova in rete” migliora, nel suo piccolo, l’ecosistema dell’informazione. Mettere al centro la responsabilità del lettore significa accettare una verità semplice e scomoda: la libertà di stampa non si difende solo nelle redazioni o in Parlamento, ma anche davanti allo schermo del nostro telefono, ogni giorno, con ciò che scegliamo di leggere, credere e finanziare.

La responsabilità che non vogliamo ammettere

È comodo dire: “I giornali sono tutti venduti”, “Sono tutti dei partiti”, “Li paga lo Stato”. È meno comodo guardarsi allo specchio e riconoscere che: raramente leggiamo le note sulla proprietà e l’editore; quasi mai andiamo a vedere le pagine su bilanci, finanziatori, eventuali fondi pubblici; spesso condividiamo articoli senza nemmeno aprirli, solo perché confermano ciò che già pensiamo.

Un lettore che agisce così non è solo vittima, è complice ,  magari inconsapevole,  di un sistema in cui la libertà di stampa si riduce a un principio astratto. La vera differenza tra un giornale che prende fondi pubblici e uno veramente libero si misura anche da qui: quanto i lettori sono esigenti, informati, disposti a premiare o punire con le proprie scelte.

Dall’altra parte, molti lettori idealizzano i giornali “senza fondi pubblici” come se fossero automaticamente liberi. Ma un giornale che non prende un euro dallo Stato può comunque essere: di proprietà di una banca; controllato da un grande gruppo industriale; vicino a un partito o a una corrente politica; dipendente da pochi grandi inserzionisti.  Anche qui, il punto torna sempre allo stesso: il lettore che non fa domande è il terreno perfetto per qualsiasi condizionamento.

Se non ti chiedi chi paga, qualcun altro decide cosa pensi

Molti lettori oggi si informano così: scorrono i social, cliccano ciò che capita, leggono titoli e mezzi articoli, magari condividono. Raramente si fermano a chiedersi: che testata è? chi è l’editore? prende fondi pubblici? vive di pubblicità? è di proprietà di un gruppo industriale? questo contenuto è giornalismo o solo opinione travestita da notizia?

In assenza di queste domande, qualunque sistema di finanziamento ,  pubblico o privato,  diventa pericoloso. Non perché sia di per sé corrotto, ma perché il lettore rinuncia al proprio ruolo di controllo. Un giornale che dipende dai fondi pubblici può essere tentato di addolcire le critiche al potere politico. Un giornale che vive di grandi inserzionisti può evitare di toccare certi interessi economici. Ma se il lettore non si cura di chi ci sia dietro, non ci sarà mai vera pressione per cambiare questi meccanismi.

Sapere chi è l’editore di un giornale non è un dettaglio, è il minimo per fidarsi

Se non sappiamo a chi appartiene una testata, se prende fondi pubblici, se è legata a un grande gruppo economico o a un’area politica, stiamo leggendo al buio: non possiamo capire quali interessi possano influenzare titoli, silenzi, priorità. Conta anche come si finanzia: solo pubblicità? Grande sponsor unico? Molti abbonati? Fondi statali? Ognuno di questi modelli spinge il giornale in una direzione diversa. Senza queste informazioni, rischiamo di scambiare per “informazione neutra” ciò che è, in parte, comunicazione di qualcuno.

Infine, è importante vedere che spazio ha il lettore: può intervenire, criticare, trovare trasparenza su proprietà e finanziatori? Un giornale che non dice chi lo sostiene e non dialoga con chi lo legge chiede fiducia senza offrirsi al controllo. Conoscerne editore, sovvenzioni e finanziatori è il primo atto di responsabilità di chi non vuole farsi guidare a occhi chiusi.

Natalia Bandiera

 

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