Le uscite del generale su femminicidio, famiglia e ruoli di genere hanno acceso un contraccolpo politico e mediatico. Esponenti di governo e opposizione hanno preso posizione, dai salotti televisivi alle aule parlamentari: condanne esplicite delle parole ritenute minimizzanti verso la violenza sulle donne; richieste di presa di distanza dai vertici politici; accuse di strumentalizzazione reciproca.
Nel dibattito pubblico si è consolidata una doppia cornice: da un lato, chi ha letto nelle affermazioni un cedimento culturale pericoloso, chiedendo di riaffermare la centralità del contrasto alla violenza di genere; dall’altro, chi le ha difese come opinioni politiche legittime, rivendicando la libertà di critica su fattispecie penali e politiche di pari opportunità. La vicenda ha polarizzato l’agenda per giorni, con editoriali, talk e prese di posizione di leader di partito; ha riattivato discussioni annose su efficacia delle norme, funzione simbolica del diritto penale e confine tra dissenso e stigmatizzazione. Arriva l’intervento di Marcello Veneziani, giornalista e filosofo che, prendendo le mosse dal caso Vannacci, contesta l’impianto del reato di femminicidio e sollecita un ritorno a criteri di universalità giuridica, deterrenza effettiva e prevenzione operativa, spostando l’attenzione dal piano simbolico a quello dei risultati.
Veneziani dice testualmente: “Il fondamento della nostra civiltà giuridica è l’universalità del diritto cioè il principio che la legge valga per tutti e chi uccide una persona non può essere diversamente giudicato sulla base del genere della sua vittima.” A suo giudizio, introdurre una fattispecie speciale “è un abominio giuridico” perché finisce per creare “categorie speciali” e per stabilire una gerarchia simbolica tra vittime: “È come dire che se uccidi una donna sei più di un assassino, se uccidi un uomo sei meno assassino.” La strada corretta, insiste, è quella delle aggravanti e attenuanti “in relazione alle circostanze del singolo delitto”, non per appartenenze identitarie.
Sul piano pratico, Veneziani contesta che l’etichetta penale abbia valore deterrente. “Sappiamo, dati alla mano, che i casi di ‘femminicidio’ non sono certo diminuiti,” scrive, osservando che l’escalation non si arresta “nonostante le campagne di sensibilizzazione.” Chi uccide in contesti relazionali, aggiunge, spesso è “in balia di una mente distorta, alterata, a volte malata” o agisce secondo una logica proprietaria, fino a prevedere il suicidio: per costoro, “essere condannati per aver compiuto un femminicidio, anziché ‘solo’ un omicidio, non è certo un deterrente.” Il parallelo è con la pena capitale: “Credete davvero che con la pena di morte diminuirebbero certi crimini? No, chi arriva a uccidere non fa di questi calcoli.”
Per questo Veneziani legge la fattispecie come una scelta “puramente simbolica” e “retorica”, espressione di “un nuovo bigottismo di genere”. La pressione mediatica e politica, secondo lui, produce un conformismo trasversale: “Tutti nel coro, per ipocrisia, quieto vivere, timore di essere additati come nemici delle donne.” E rifiuta l’equazione tra critica giuridica e indulgenza morale: “Chi non condivide l’esistenza di un reato speciale ad hoc, non per questo ha un minimo d’indulgenza verso chi uccide una donna.”
Propone invece: : “Inaspriamo le pene per gli assassini, rendiamo meno automatiche le riduzioni della pena, e preveniamo di più e meglio,” anche con un ascolto più tempestivo delle denunce e con misure di protezione effettive. Per i recidivi di violenza sessuale ventilata l’ipotesi della “neutralizzazione chimica”: “È stato adottato un termine cruento e spaventoso, castrazione chimica, per una soluzione incruenta che potrebbe ridurre la ripetizione di casi di stupro,” come pena alternativa o complementare per “mettere in condizioni di non nuocere” chi usa “il proprio corpo come arma di violenza.”
Bruzzone: “Vannacci ha detto una sciocchezza”
La criminologa Roberta Bruzzone ha invece, definito le dichiarazioni di Roberto Vannacci “una sciocchezza tecnicamente imbarazzante, politicamente e culturalmente pericolosa”, respingendo l’idea che si possa liquidare la questione come una semplice provocazione politica. Secondo Bruzzone, il punto centrale non riguarda il sesso della vittima in sé, ma il contesto in cui maturano determinati delitti. La criminologa ha spiegato che ciò che caratterizza questi casi è: “La matrice della violenza”, il “movente del dominio” e il “contesto persecutorio” che spesso precedono l’omicidio. Nel suo intervento ha inoltre utilizzato un’immagine particolarmente forte, sostenendo che negare l’esistenza del femminicidio equivale ad arrivare davanti a una vittima e affermare: “Vabbè, è solo un omicidio come un altro”.
Nordio: “Non aboliremo il Femminicidio”
“È un reato che abbiamo voluto fortemente perché ha un connotato completamente diverso dall’omicidio, anche quello aggravato, perché la donna è vittima in quanto tale, non in quanto persona, ma in quanto ha opposto un rifiuto a una prevaricazione da parte di un uomo oppure è oggetto di una violenza specifica da parte del sesso maschile nei confronti del sesso femminile”, ha chiarito il ministro della Giustizia, Carlo Nordio. “Ha un connotato in più, miserabile, rispetto all’omicidio ordinario”, ha aggiunto.
Il giornalista Aldo Cazzullo: “Il femminicidio esiste ed è il reato più odioso”
“Il femminicidio è un reato particolarmente grave e odioso, perché una donna viene uccisa in quanto donna.
Certo, l’omicidio è il crimine più orrendo, perché consiste nel togliere la vita a un altro uomo. Ma lei stesso riconosce che non tutti gli omicidi sono puniti allo stesso modo. In moltissimi Paesi, tra cui alcune democrazie, lo Stato si arroga il diritto di togliere la vita a un cittadino. In Italia fino al 1981 esisteva il delitto d’onore: chi trovava la moglie, la figlia o la sorella con un altro uomo e la uccideva a volte non finiva neanche in prigione. Dal punto di vista del legislatore, che ovviamente rispecchiava quello della morale corrente, l’assassino aveva una giustificazione: lavava il proprio onore, ristabiliva il codice morale. La donna veniva al mondo per fare figli, per dare all’uomo una prole; se la paternità non era certa, allora la donna veniva meno al proprio dovere, al proprio ruolo sociale. Se a violare il codice morale era una figlia, che non poteva più trovare marito, allora la famiglia subiva un danno economico, che andava in qualche modo risarcito. Un codice che affonda le radici in un passato in cui i figli appartenevano alla famiglia del padre, e non alla madre; se il marito moriva, la moglie sposava un suo fratello, oppure tornava nella famiglia d’origine, ma i figli non la seguivano, restavano nella famiglia del padre.
Davvero abbiamo nostalgia di un passato del genere? Personalmente credo che uccidere una donna in quanto donna, perché l’uomo si considera proprietario del suo corpo e della sua anima e non è disposto a riconoscere la sua libertà e la sua indipendenza, sia un reato particolarmente odioso, che merita di essere punito in modo particolarmente severo”.
N.B.
Stampa questa notizia




