di Natalia Bandiera

Un ragazzo che ha l’età di un figlio o di un nipote di ciascuno di noi e che arriva a incendiare da solo la propria abitazione, nel tranquillissimo paese di Enego, nel suggestivo Altopiano dei Sette Comuni, fa orrore. Non solo perché ha appena 23 anni ed è stato in grado di mettere in moto un allarme che ha fatto pensare che la mafia fosse piombata con tanta violenza in un luogo civile e pacifico. Ma anche per le ciniche modalità con cui è stata cavalcata una notizia che anche un giornalista alle prime armi avrebbe dovuto smascherare fin dall’inizio.

Invece no. Grazie alla politicizzazione dei fatti, supportati esclusivamente dal racconto della presunta vittima, la vicenda ha fatto il giro d’Italia, dipingendo l’Altopiano dei Sette Comuni, meta di un turismo raffinato, come bersaglio della criminalità organizzata.

Se le accuse dovessero essere confermate, il giovane avrebbe manifestato una grave tendenza alla mitomania. Ci si chiede come abbia potuto fingere ansia davanti ai carabinieri, che andavano a casa sua a tutte le ore per verificare le sue condizioni. Si è fatto assegnare una scorta, con preziose forze dell’ordine sottratte al controllo del territorio per accompagnarlo nei suoi spostamenti. Si è fatto abbracciare dal don anti camorra Patriciello, ha ricevuto la solidarietà della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, del ministro Antonio Tajani e di gran parte della politica, che si è preoccupata soprattutto di apparire attraverso comunicati stampa, senza fermarsi a comprendere davvero quanto stava accadendo.

Elementi che persino un cronista non particolarmente esperto avrebbe potuto cogliere.

Noi di AltovicentinOnline non abbiamo mai pubblicato quella notizia. Parlando con colleghi seri del territorio altopianese avevamo avuto conferma delle strane ambizioni del giovane.

Ora le prime pagine dei giornali nazionali raccontano la “schifezza” di Enego e qualcuno dovrebbe vergognarsi seriamente. Gli elementi che facevano pensare a una simulazione c’erano e, anziché speculare mediaticamente, sarebbe stato opportuno approfondire e verificare. Come hanno fatto coloro che si sono rifiutati di pubblicare la notizia perché avevano intuito che qualcosa non tornava.

Cappellari, vicino a Fratelli d’Italia, ha ricevuto la solidarietà dell’intero arco politico. Poche settimane prima, il presunto mitomane, che non vanta un curriculum giornalistico tale da far pensare che qualcuno potesse avercela con lui per la sua attività professionale (forse aveva raccontato il compleanno di qualche centenario del paese) si era presentato a Malo per esprimere solidarietà al sindaco Moreno Marsetti, vittima dell’incendio doloso del proprio capannone. La sua presenza era stata addirittura citata nel comunicato della Provincia di Vicenza, come se fosse una personalità di rilievo. Adriano Cappellari era stato addirittura tra i protagonisti della Partita del Cuore e la cosa strana era quel suo pubblicizzare morbosamente ogni singola sua presenza. Le sue “sponsorizzate” che sapevano di mitomania. Un comportamento che non ha niente a che vedere con quello di chi subisce minacce mafiose.

La presunta simulazione dell’attentato indigna anche per un altro motivo. In Italia esistono molti giornalisti realmente minacciati dalla criminalità organizzata, persone che vivono sotto tutela perché svolgono un lavoro scomodo. È difficile immaginare che la mafia decida di attirare l’attenzione su di sé andando fino a Enego per colpire un ragazzo agli inizi, con un’attività giornalistica pressoché sconosciuta.

Chi ha creduto a questa vicenda lo ha fatto in buona fede o ha preferito non vedere?

Eppure, sull’Altopiano, i sospetti c’erano. Più di qualcuno si era indignato per quell’eccessivo clamore mediatico che stava gettando un’ombra ingiusta su un territorio che vive di turismo e che ha sempre fatto della tranquillità uno dei suoi punti di forza.

C’è poi un aspetto che, da giornalisti, dovrebbe indignarci più di ogni altro. In Italia ci sono cronisti che vivono sotto scorta da anni perché hanno raccontato gli affari della mafia, della camorra o della ‘ndrangheta. Persone che hanno pagato con la paura quotidiana il coraggio di fare il proprio mestiere. Se davvero questa vicenda dovesse rivelarsi una messinscena, non saremmo soltanto di fronte a un’eventuale simulazione di reato. Saremmo di fronte a qualcosa che rischia di svilire il sacrificio di chi quelle minacce le riceve davvero. Per questo il caso Enego non può essere liquidato come la storia di un ragazzo, delle sue fragilità o delle sue eventuali ossessioni. Sarebbe troppo semplice.

È, piuttosto, la fotografia di un sistema che troppo spesso rinuncia al dubbio. Di un’informazione che, in alcuni casi, preferisce arrivare prima piuttosto che arrivare giusta. Di una politica che confonde la velocità con la responsabilità. Il primo dovere di un giornalista non è pubblicare. È dubitare. Perché il dubbio non è debolezza. È il fondamento del nostro mestiere. E forse questa vicenda, qualunque sarà il suo esito giudiziario, dovrebbe ricordarlo a tutti: ai cronisti, ai politici e anche ai lettori. Perché una notizia non diventa vera quando la pubblicano tutti. Diventa vera quando qualcuno ha avuto la pazienza e il coraggio di verificarla.

 

Come la Procura ha scoperto tutto e di cosa è accusato:

Enego. “L’attentato se l’è simulato lui”: la Procura indaga Cappellari – AltoVicentinOnline

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