Il giorno dopo la notizia dei presunti finti attentati simulati da Adriano Cappellari, il giovane di 20 anni residente a Enego, indagato dalla Procura di Vicenza per incendio, calunnia, simulazione continuata di reato, procurato allarme e truffa ai danni di un ente pubblico, è il momento della riflessione.
Secondo l’ipotesi accusatoria, il ragazzo avrebbe inscenato una serie di episodi intimidatori per alimentare l’immagine di un giornalista impegnato sul fronte dell’antimafia. Un quadro che dovrà essere accertato nel corso dell’iter giudiziario, ma che ha già profondamente colpito l’opinione pubblica.
Al di là delle responsabilità penali, resta la vicenda umana di un ragazzo molto giovane che, secondo chi gli è vicino, potrebbe avere bisogno di un percorso di sostegno e che, proprio per questo, non dovrebbe essere lasciato solo.
L’avvocato Rigoni Stern: «Adesso ha bisogno di aiuto»
Ne è convinto l’avvocato Roberto Rigoni Stern, penalista e sindaco di Asiago, che ha accettato di assumere la difesa del giovane.
«Chi mi conosce e conosce il ruolo del penalista sa che la difesa non si nega nemmeno al più crudele degli assassini, e il mio curriculum professionale lo dimostra. Adesso questo ragazzo ha bisogno di aiuto, perché si può solo immaginare come stiano lui e la sua famiglia. Mi sono confrontato con don Maurizio Patriciello e abbiamo deciso di aiutarlo perché non va lasciato solo. Ha bisogno di un percorso adeguato».
Sul piano giudiziario, il legale anticipa quale sarà l’impostazione difensiva: «Non ho ancora letto gli atti, ma l’indirizzo della difesa sarà quello della piena collaborazione con la magistratura.»
Don Patriciello: «Chiedi perdono e rialzati»

Tra le persone maggiormente colpite dalla vicenda c’è don Maurizio Patriciello, sacerdote da anni simbolo della lotta alla criminalità organizzata, che nei mesi scorsi era stato tra coloro che avevano espresso vicinanza al giovane.
Dopo la svolta investigativa, il sacerdote si è congratulato pubblicamente con i Carabinieri e con la Procura di Vicenza per il lavoro svolto, ricordando come si fosse arrivati perfino a ipotizzare il conferimento a Cappellari di un riconoscimento intitolato a don Pino Puglisi, il religioso assassinato dalla mafia. «Lo conobbi a un incontro a Enego al quale ero stato invitato dal parroco don Federico Meneghel. Mi sembrò un ragazzo intelligente, educato e preparato. A febbraio arrivò in parrocchia una lettera che minacciava di morte me, Giorgia Meloni e lo stesso Cappellari. Presentai immediatamente denuncia. Seppi poi che una lettera analoga era arrivata anche a lui.»
Il sacerdote racconta di essere rimasto profondamente sorpreso da quanto orchestrato da “quel giovane veneto con la faccia pulita”. «Non avrei mai pensato che potesse arrivare a fare una cosa tanto grave e tanto stupida.» Parole dure ma accompagnate da un messaggio di speranza. «Paga il tuo debito con la giustizia. Racconta tutta la verità. Chiedi perdono ai tuoi genitori, alla tua comunità, alle forze dell’ordine, alla Procura, a Giorgia Meloni e anche a me. Ma non lasciarti andare. Sei tanto giovane. Rialzati. Ricomincia a vivere. Il perdono da parte mia è già partito. Ho pregato per te e continuerò a farlo. Se hai bisogno, chiamami.»
Mesi di solidarietà e una notorietà costruita sulle presunte intimidazioni
La vicenda ha avuto un enorme impatto mediatico perché, fino alla svolta investigativa, Cappellari era stato considerato una vittima di intimidazioni legate alla propria attività giornalistica.
Aveva ricevuto attestati di solidarietà da esponenti delle istituzioni, associazioni di categoria e organizzazioni impegnate nella tutela della libertà di stampa.
Eppure, osservano oggi diversi colleghi, qualcosa appariva poco convincente. L’attività giornalistica del giovane non era caratterizzata da inchieste particolarmente delicate o da approfondimenti sulla criminalità organizzata tali da far immaginare ritorsioni mafiose. Per questo motivo molti cronisti avevano preferito mantenere un atteggiamento prudente, evitando di alimentare una vicenda che presentava diversi interrogativi.
Secondo la ricostruzione della Procura, proprio la crescente attenzione mediatica e la solidarietà ricevuta avrebbero finito per alimentare una ricerca sempre maggiore di visibilità. Un meccanismo che, sempre secondo gli inquirenti, sarebbe proseguito fino a coinvolgere anche il dispositivo di tutela predisposto dalle forze dell’ordine.
Immagini che oggi assumono un significato completamente diverso, come quelle che lo ritraggono alla Partita del Cuore, dove partecipò accompagnato dalla scorta.
Una lezione che va oltre il processo
Adriano Cappellari ha soltanto vent’anni. Proprio per questo, al di là delle eventuali responsabilità che saranno accertate dalla magistratura, c’è chi invita a non trasformare la vicenda in una gogna.
Le preoccupazioni riguardano anche il suo stato psicologico e il rischio che possa compiere gesti estremi. Per questo l’appello di chi gli è vicino è unanime: il ragazzo dovrà assumersi le proprie responsabilità, ma non dovrà essere lasciato solo.
Resta anche una riflessione più ampia. Se sarà confermata la ricostruzione accusatoria, occorrerà interrogarsi sul contesto che, consapevolmente o meno, ha contribuito ad alimentare quella ricerca di notorietà. Un sistema nel quale la voglia di visibilità, amplificata dalla politica e dal circuito mediatico, può trasformarsi in una pericolosa spirale. La giustizia farà il suo corso. Ma questa vicenda lascia già una lezione: verificare sempre i fatti, mantenere senso critico e non confondere la ricerca della notorietà con il giornalismo vero.
Come i Carabinieri hanno smascherato il presunto finto attentato
La svolta nelle indagini è arrivata grazie a un lavoro investigativo lungo e meticoloso condotto dai Carabinieri , coordinati dalla Procura. Determinante il lavoro del Ris.
Gli investigatori hanno ricostruito, episodio dopo episodio, la sequenza delle presunte intimidazioni denunciate dal giovane, analizzando immagini di videosorveglianza, tabulati telefonici, spostamenti, testimonianze e gli elementi raccolti durante i sopralluoghi. hanno così scoperto che l’incendio se l’era fatto da solo, acquistando l’intero materiale esplodente su internet e con la propria carta di credito. Indagini accuratissime, che hanno portato la Procura ad indagare a piede libero (non ci sono esigenze cautelari) Cappellari, che ha subito una perquisizione domiciliare. La Procura di Vicenza ha inviato un dettagliato comunicato stampa alla stampa, che è servito a fare piena luce sui finti attentati, ma soprattutto a smontare la bufala della mafia sull’Altopiano dei Sette Comuni. Prove schiaccianti e l’incrocio di riscontri avrebbe evidenziato una serie di incongruenze incompatibili con la presenza di un autore esterno. Ci sarebbero fotogrammi che inchioderebbero il ventenne di Enego sulla scena dell’incendio. Quindi, le verifiche tecniche che hanno progressivamente rafforzato l’ipotesi che gli episodi denunciati fossero stati organizzati dallo stesso Cappellari.
La Procura contesta al ventenne di aver simulato le minacce e l’incendio per ottenere attenzione mediatica, attivando inutilmente uomini e mezzi dello Stato e inducendo le autorità ad adottare misure di protezione nei suoi confronti.
di redazione AltovicentinOnline
Enego. “L’attentato se l’è simulato lui”: la Procura indaga Cappellari – AltoVicentinOnline
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