In Veneto sono appena 21 i Comuni su 560 ad aderire al Sai, il Sistema di accoglienza e integrazione. Tra questi ci sono anche Santorso e Marano Vicentino, mentre il Viminale prepara le prefetture a un possibile nuovo aumento degli arrivi. Intanto, a Thiene, la proposta di Andrea Zorzan di non smantellare la rete dell’accoglienza scatena una valanga di commenti: tra accuse di “business”, richieste di rimpatri e chi chiede di utilizzare quelle strutture per anziani e famiglie in difficoltà.
Il dato, prima di tutto
In Veneto sono 21 i Comuni che hanno aderito al Sai, il Sistema di accoglienza e integrazione. Ventuno su 560: una minoranza netta e sono, come riporta il Corriere, Belluno, Padova, Piazzola sul Brenta, Este, Piove di Sacco, Ponte San Nicolò, Montegrotto, Rubano, Asolo, Treviso, Mirano, San Donà di Piave, Venezia, Bosco Chiesanuova, Fiumane, Verona, Marano Vicentino, Santorso, Valdagno, Vicenza e Rovigo. Eppure proprio quella rete, mentre gli sbarchi sono sensibilmente diminuiti rispetto allo scorso anno, torna al centro dell’attenzione perché il sistema teme che la situazione possa cambiare rapidamente. Secondo i dati riportati dal Corriere del Veneto, dal primo gennaio al 21 agosto di quest’anno sono sbarcate in Italia 18.545 persone, contro le 39.979 dello stesso periodo del 2025. In Veneto gli accolti sono scesi dagli 8.420 di Ferragosto 2025 agli attuali 7.522. Numeri che producono un paradosso: meno arrivi, ma una macchina dell’accoglienza che deve comunque restare pronta. Le prefetture venete sono infatti in allerta. Treviso e Vicenza hanno predisposto un bando triennale da 114 milioni di euro per l’accoglienza, mentre a livello nazionale il Viminale ha messo a disposizione ulteriori posti nella rete Sai. In Veneto, racconta il Corriere, i posti Sai sono oggi 719, mentre 6.803 richiedenti asilo si trovano nei Cas, i Centri di accoglienza straordinaria.
La proposta di Zorzan e la domanda che divide
Andrea Zorzan, presidente del Consiglio comunale di Thiene e segretario cittadino del Partito Democratico, è intervenuto sul tema in qualità di referente del settore sociale di Legacoop Veneto, organizzazione che riunisce cooperative impegnate proprio nella gestione dell’accoglienza, Sostenuto la necessità di non smantellare la rete costruita negli anni per gestire l’accoglienza.
La sua proposta, riferita nel nostro articolo del 23 agosto , parte da un dato concreto: strutture, immobili e personale sono stati dimensionati per numeri superiori a quelli attuali. Una parte dei posti è dunque inutilizzata. Tra le ipotesi indicate ci sono la trasformazione di alcuni Cas in posti Sai oppure il rafforzamento dei servizi nei centri esistenti, con corsi di italiano, formazione professionale e percorsi di integrazione. Il ragionamento di Zorzan è semplice: se domani gli arrivi tornassero a crescere, chiudere oggi strutture e disperdere competenze significherebbe dover ricostruire rapidamente una rete che non esiste più.
Ma è proprio questo ragionamento ad aver fatto saltare il tappo, perché una parte dell’opinione pubblica legge quei posti vuoti in modo completamente diverso: se oggi servono meno posti, perché mantenerli? E soprattutto: perché spendere per tenere in piedi una macchina che potrebbe non essere necessaria? È la domanda che attraversa, con toni spesso durissimi, i commenti comparsi sui social dopo l’articolo dedicato alla posizione di Zorzan.
“Posti vuoti, costi pieni”: la miccia sui social
Il commento che forse riassume meglio il fronte contrario è quello di chi domanda, in sostanza, perché non si possano ridurre i costi quando i posti non sono occupati. Altri utenti parlano apertamente di ‘business delle cooperative’, sostenendo che la riduzione degli arrivi non dovrebbe diventare un motivo per conservare una struttura di accoglienza sovradimensionata. E’ giusto ribadire che sono opinioni espresse dagli utenti e non fatti accertati. Ma raccontano bene la temperatura della discussione. C’è chi scrive che quelle strutture potrebbero essere riconvertite in appartamenti per persone in difficoltà. Chi suggerisce di utilizzarle per anziani che non arrivano a fine mese. Chi invoca più case popolari. E chi sostiene che la priorità debba essere l’aiuto alle famiglie italiane. Il filo conduttore rimane sommariamente uno solo: se ci sono posti vuoti, perché non usarli per qualcuno che ne ha bisogno? Una domanda politica, prima ancora che amministrativa.
Dall’altra parte: lavoro, integrazione, sicurezza
Ma nei commenti non c’è soltanto la protesta. Qualcuno contesta l’idea che parlare di manodopera straniera significhi automaticamente accettare lavoro sottopagato. Un altro commentatore osserva che il problema dovrebbe essere affrontato partendo dalle condizioni di lavoro e dal rispetto delle persone, distinguendo però l’integrazione dalla necessità di prevedere rimpatri per chi non possiede i requisiti per restare. È una delle poche voci che prova a spostare la discussione dal terreno dello slogan a quello delle politiche concrete. Perché il tema, in realtà, è proprio questo: che cosa deve fare lo Stato quando gli arrivi diminuiscono? Ridurre la rete? Mantenerla pronta? Trasformarla? Oppure destinarne una parte ad altri bisogni sociali?
La frase sulla sicurezza accende ancora di più il dibattito
A rendere ancora più politica la vicenda è una frase attribuita dal Corriere a Zorzan: l’invito a offrire ai migranti una reale opportunità di integrazione, collegando la mancata integrazione al rischio di “eventuali degenerazioni in termini di sicurezza”. Una frase che è stata letta sui social in modi opposti. Per alcuni rappresenta un ragionamento pragmatico: integrazione significa conoscenza della lingua, lavoro, regole, inserimento e quindi anche prevenzione dei problemi sociali. Per altri, invece, è stata interpretata come una sorta di ammissione del fallimento delle politiche precedenti. Da qui sono partite le reazioni più forti: accuse di buonismo, richieste di ‘remigrazione’, inviti a non far entrare nuovi migranti e perfino commenti rivolti direttamente a Zorzan perché si faccia carico personalmente dell’accoglienza. Sono commenti che, in diversi casi, hanno di gran lunga superato il confronto politico, vanificando una vera base di ragionamento.
Alcuni commentatori, in più, sostengono che i posti debbano essere destinati agli italiani in difficoltà. Altri accusano genericamente le cooperative di guadagnare dall’accoglienza. Altri ancora mettono in discussione l’intero modello. Ma dietro la raffica di battute c’è una questione reale: chi paga e quanto costa mantenere una rete di accoglienza quando la domanda cala? Il Corriere del Veneto indica che ogni anno le prefetture venete pubblicano bandi per un valore complessivo compreso tra 59,5 e 60 milioni di euro. Ed è proprio su questi numeri che il dibattito dovrebbe concentrarsi, più che sulle provocazioni.
Il Veneto davanti a un bivio
Il paradosso è evidente. Da una parte ci sono meno sbarchi e migliaia di posti che non risultano occupati. Dall’altra il sistema pubblico teme che la situazione possa cambiare, anche per il possibile ritorno in Italia dei richiedenti asilo trasferitisi in altri Paesi europei e destinati a essere ricondotti nello Stato competente secondo le regole di Dublino. In mezzo ci sono 560 Comuni, ma soltanto 21 hanno scelto di aderire al Sai. È qui che si apre la vera questione politica: che cosa fare di una rete di accoglienza costruita per affrontare numeri oggi più bassi, ma che potrebbe tornare a essere necessaria domani? Tenerla attiva significa sostenere costi anche quando una parte dei posti resta vuota. Ridimensionarla significa rischiare di non avere strutture e personale sufficienti nel caso di una nuova pressione migratoria. Nel frattempo, il Veneto si trova davanti a un sistema che deve fare i conti con risorse pubbliche, posti inutilizzati, esigenze di sicurezza, integrazione e nuove possibili emergenze. Una scelta non semplice, che difficilmente può essere risolta con uno slogan: perché tanto chiudere tutto quanto lasciare tutto com’è hanno un costo. E a pagarlo, in ogni caso, è la collettività.
di Redazione AltovicentinOnline
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Da Thiene la ricetta di Zorzan sui migranti per non fermare l’accoglienza
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