Quando si pronuncia il nome di Norma Cossetto, spesso la prima immagine che viene alla mente è quella della giovane istriana uccisa nel 1943 e gettata nella foiba di Villa Surani.

È una parte essenziale della sua storia. Ma Norma Cossetto non era soltanto una vittima.

Prima di diventare un nome inciso nella memoria italiana, era una ragazza di ventitré anni che studiava, insegnava, viaggiava attraverso l’Istria in bicicletta e progettava la propria vita. Aveva esami da sostenere, una tesi da preparare e un futuro ancora tutto da costruire.

È forse da qui che vale la pena cominciare a ricordarla.

Norma nacque il 17 maggio 1920 a Santa Domenica di Visinada, in Istria, allora italiana e oggi territorio della Croazia. Nel 1939 si iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Padova. Era una studentessa di geografia e tra i suoi docenti vi fu Arrigo Lorenzi, che le assegnò l’argomento della tesi già nel febbraio del 1942.

La guerra non le impedì di continuare a studiare. Al contrario, Norma cercò di conciliare l’università con l’insegnamento: dall’autunno del 1941 lavorò come supplente, prima a Pisino e poi a Parenzo. C’è qualcosa di particolarmente significativo in questa immagine: una giovane donna che, mentre l’Europa è travolta dalla guerra, continua a studiare e a insegnare.

La sua tesi riguardava il territorio istriano e viene ricordata in diverse ricostruzioni con il titolo «Istria rossa», con riferimento alla terra ricca di bauxite. Norma si dedicava alle sue ricerche direttamente sul territorio, raccogliendo documenti e informazioni e spostandosi anche in bicicletta. L’Università di Padova conserva nel suo archivio il fascicolo della studentessa e ricorda il rapporto accademico con il professor Lorenzi.

Non possiamo sapere quale sarebbe stata la sua vita se la guerra non l’avesse interrotta. Possiamo però immaginarla attraverso le tracce che ha lasciato: una laurea da conseguire, l’attività di insegnante, la passione per la propria terra e il desiderio di trasformare quelle ricerche in una tesi.

Poi arrivò il settembre del 1943.

L’8 settembre segnò il crollo dell’apparato statale e militare italiano. In Istria, come in altre zone dell’Italia nord-orientale, si aprì una fase di violenza, disordine e lotta per il controllo del territorio. Le formazioni partigiane jugoslave assunsero un ruolo sempre più importante e numerosi italiani furono arrestati e uccisi.

Norma fu arrestata e condotta in prigionia. Le ricostruzioni disponibili non coincidono su tutti i dettagli della vicenda. La stessa Università di Padova osserva che sul caso esistono pochi documenti ufficiali e testimonianze non sempre concordanti.

Su un punto, però, esiste una testimonianza ufficiale particolarmente importante.

La Repubblica Italiana, nel conferire a Norma Cossetto la Medaglia d’oro al merito civile alla memoria il 9 dicembre 2005, la descrisse come una giovane studentessa istriana catturata e imprigionata dai partigiani slavi, «lungamente seviziata e violentata» dai suoi carcerieri e poi gettata in una foiba. La motivazione ufficiale indica il 5 ottobre 1943 e Villa Surani.

La sua morte non può essere separata dalla brutalità della guerra civile e nazionale che investì l’Istria dopo l’8 settembre.

Ma neppure la sua vita dovrebbe essere cancellata dalla sua morte.

Norma aveva anche una storia politica. La sua famiglia era inserita nell’ambiente fascista istriano e lei stessa aveva aderito ai Gruppi Universitari Fascisti. Sono elementi documentati e fanno parte della sua biografia. Non è necessario nasconderli per ricordarla.

Anzi, ricordare una persona nella sua complessità significa proprio questo: non trasformarla in una figura senza storia, privata delle proprie idee, delle proprie appartenenze e delle contraddizioni del tempo in cui visse.

Ma significa anche rifiutare un principio terribile: quello secondo cui le violenze contro una persona diventerebbero più o meno gravi a seconda delle sue convinzioni politiche.

Una prigioniera può avere idee che non condividiamo e continuare a possedere una dignità che nessuno ha il diritto di violare.

Il corpo di Norma fu recuperato il 10 dicembre 1943 dai vigili del fuoco di Pola, che estrassero dalla foiba di Villa Surani 26 cadaveri. Tra loro c’era quello della giovane studentessa di Padova. Aveva ventitré anni. Se la storia fosse finita lì, Norma sarebbe rimasta soltanto una delle tante vittime dimenticate dalla guerra. Invece il suo nome tornò all’Università di Padova.

L’8 maggio 1949 l’Ateneo le conferì la laurea ad honorem. La decisione fu significativa anche perché Norma non era morta combattendo sul campo di battaglia: era una studentessa la cui vita era stata spezzata dalla violenza politica e militare che aveva investito l’Istria. Il suo nome venne inserito tra quelli degli studenti caduti.

Molti anni dopo, il 9 dicembre 2005, arrivò il riconoscimento dello Stato italiano: la Medaglia d’oro al merito civile alla memoria. Il 9 febbraio 2006, durante le celebrazioni del Giorno del Ricordo, il presidente Carlo Azeglio Ciampi consegnò la medaglia alla sorella Licia.

Ma forse il modo più autentico di ricordare Norma è ancora più semplice. È ricordarla mentre attraversa l’Istria in bicicletta. È immaginarla con i libri, i documenti e gli appunti della sua ricerca. È pensare alla ragazza che voleva laurearsi e insegnare. È ricordare la sorella Licia, che cercò di ottenere la sua liberazione. È ricordare, infine, che dietro una fotografia in bianco e nero non c’è un simbolo astratto, ma una persona che aveva appena cominciato a vivere.

La storia di Norma Cossetto appartiene alla storia dolorosa del confine orientale italiano. Una storia nella quale si intrecciano fascismo, guerra, occupazione, Resistenza, nazionalismi, violenze contro civili, persecuzioni e lacerazioni che avrebbero segnato per decenni i rapporti tra italiani e jugoslavi.

Ricordare Norma non significa negare i crimini del fascismo né mettere in discussione il valore della lotta contro il nazifascismo. Significa, più semplicemente, rifiutare che la memoria debba scegliere quali vittime meritino compassione.

Una democrazia matura dovrebbe essere capace di ricordare tutte le vittime senza chiedere loro, prima, da quale parte della storia si trovassero.

Norma Cossetto aveva ventitré anni. Aveva una tesi da finire. Aveva una professione davanti a sé. Aveva una terra che studiava e amava. Aveva una sorella che cercò di salvarla. Aveva, soprattutto, una vita. È quella vita, prima ancora della sua morte, che oggi vale la pena ricordare.

di redazione AltovicentinOnline

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