Nonostante l’evidenza scientifica, nella prima infanzia continua ad applicarsi un forte pregiudizio: mentre il sorriso viene premiato, le lacrime vengono spesso liquidate con frasi come “non piangere”, “sei grande ormai” o “i bambini forti non piangono”; messaggi che rischiano di privare i più piccoli di uno strumento essenziale di autoregolazione.
Bisogna ribaltare la narrativa tradizionale e trasformare il concetto di “piagnucolone” in un chiaro indicatore di autenticità, sensibilità e intelligenza emotiva, al di là dell’età e di qualsiasi altro aspetto. I dati a disposizione sulla parental emotion socialization parlano chiaro e confermano che le competenze emotive dei bambini nei primi anni di vita dipendono da come gli adulti accolgono e gestiscono le loro manifestazioni d’animo.
“Il pianto è la prima forma di comunicazione del neonato e rimane una risorsa fondamentale per tutta l’infanzia. Non è un segnale di debolezza, ma il modo in cui il sistema nervoso dei bambini dice che qualcosa sta accadendo”, spiega Martina Mazzoleni, psicologa dell’età evolutiva.
“Dire a un bambino di non piangere equivale a chiedergli di non esprimersi. I genitori non devono mostrarsi invulnerabili, ma insegnare ai figli che ogni emozione ha diritto di esistere e che può essere attraversata insieme”.
Nella crescita di un bambino, solitamente, ridere e piangere vengono considerati come due azioni opposte: la prima da stimolare a ogni costo, la seconda da fermare il prima possibile. Dal punto di vista neurobiologico, invece, ridere e piangere sono esattamente la stessa cosa: due valvole di sfogo naturali che l’organismo utilizza per scaricare un sovraccarico emotivo e ritrovare l’equilibrio. Che si tratti di una risata a crepapelle durante il gioco o di un pianto di frustrazione, il corpo ristruttura la sua fisiologia in modo speculare. Contrazione dei muscoli facciali, alterazione del ritmo respiratorio e rilascio di ossitocina ed endorfine. Entrambe le reazioni attivano il sistema nervoso parasimpatico, abbassando i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress) e regalando all’essere umano una sensazione immediata di sollievo.
Il pianto, in sintesi, fa bene alla salute e allo sviluppo emotivo del bambino esattamente quanto una risata.
In questa fascia d’età, un ruolo educativo insostituibile è svolto dal gioco simbolico. Attraverso la cura di bambole che piangono e richiedono attenzioni i bambini proiettano i propri vissuti, elaborano le emozioni e imparano l’empatia, scoprendo che accudire chi esprime sofferenza è un atto di grande maturità.
Con messaggi rivolti alle famiglie come “Ogni lacrima ha valore” e “Accogliere le emozioni ci avvicina”, la campagna Cry Babies Revolution di IMC Toys, con il contributo di esperti dell’età evolutiva, invita genitori ed educatori a un cambio di passo: smettere di reprimere i momenti di sconforto dei più piccoli per farli crescere in un ambiente libero, empatico e consapevole.
Ansa
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