In Veneto l’equilibrio tra chi ha bisogno di cura e chi può offrirla si sta spezzando. Sempre più famiglie si trovano a fare i conti con la difficoltà di assistere genitori e nonni non autosufficienti, mentre il numero di badanti continua a diminuire. Un fenomeno che non è più episodico, ma strutturale, e che rischia di mettere in crisi l’intero sistema di welfare.

I dati elaborati dalla Cgil Venezia raccontano una realtà chiara: nel 2024 si registra il numero più basso di assistenti familiari dal 2019, con un calo dell’8,7% rispetto al picco del 2021. Nello stesso periodo, però, gli over 85 sono aumentati dell’8%. Tradotto: mentre cresce il bisogno di assistenza, diminuiscono le persone disponibili a garantirla.

Una tendenza confermata anche a livello regionale. Negli ultimi anni, infatti, i lavoratori domestici in Veneto sono scesi in modo significativo, arrivando ai livelli più bassi dell’ultimo decennio. Un calo che pesa ancora di più se si considera che la popolazione anziana continua ad aumentare, e con essa le situazioni di fragilità e non autosufficienza.

Il problema, però, non è solo nei numeri. È anche economico e sociale. Per molte famiglie trovare una badante è già difficile, ma sostenerne il costo lo è ancora di più. Tra stipendi che non crescono, pensioni spesso insufficienti e un costo della vita sempre più alto, l’assistenza rischia di diventare un lusso.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: aumenta il ricorso al lavoro irregolare, con tutte le criticità che comporta, e cresce il numero di anziani che non ricevono un supporto adeguato. In molti casi, il peso dell’assistenza ricade interamente sulle famiglie e, soprattutto, sulle donne, con effetti diretti sull’occupazione e sui redditi.

A rendere ancora più fragile il sistema è la mancanza di ricambio generazionale. Le lavoratrici del settore sono sempre più anziane: oltre il 66% ha più di 50 anni e più di un terzo supera i 60. Un segnale evidente di un lavoro che fatica ad attrarre nuove generazioni, anche a causa di condizioni economiche spesso precarie e discontinue.

Il lavoro domestico resta inoltre fortemente femminile e caratterizzato da una significativa presenza di lavoratrici straniere. Tuttavia, anche questo equilibrio sta cambiando, complice la crisi economica che spinge sempre più italiani ad avvicinarsi al settore, senza però colmare il vuoto complessivo.

Nel frattempo, il sistema pubblico fatica a tenere il passo. I servizi domiciliari e le strutture residenziali non riescono a coprire il fabbisogno crescente, lasciando alle famiglie il compito di colmare le lacune. È qui che si misura la vera criticità: la cura, invece di essere una responsabilità collettiva, si trasforma sempre più in un problema individuale. Il rischio è quello di una società più diseguale, in cui solo chi ha risorse economiche sufficienti può garantire un’assistenza adeguata ai propri cari. Per tutti gli altri, la prospettiva è fatta di solitudine, rinunce e soluzioni precarie.

Per questo sindacati e operatori del settore chiedono un cambio di passo. Servono più investimenti nei servizi domiciliari, una maggiore integrazione tra sanitario e sociale, sostegni concreti alla non autosufficienza e politiche capaci di valorizzare il lavoro di cura. Perché quella che oggi appare come un’emergenza è, in realtà, una trasformazione profonda della società. E senza risposte adeguate, è destinata a diventare una delle principali sfide dei prossimi anni.

L.S.

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