Mobilità in uscita in crescita nelle aree più pesanti (ortopedia e post-acuzie), attese che si allungano sulle prestazioni sensibili, e alla guida della Commissione sanità arriva chi ha governato il decennio: il Veneto scopre il merito al contrario.
C’è un indicatore che non si può addomesticare con le slide: dove vanno i pazienti quando cercano cure, interventi e percorsi di recupero. La mobilità sanitaria non è folklore ne un’astratta liberta di scelta: e una risposta concreta a ciò che manca, non regge, non è programmato.
Nel Veneto degli ultimi anni il dato più scomodo è questo: la mobilità in uscita cresce in quota, soprattutto nelle filiere dove la qualità della vita e l’autonomia delle persone dipendono da tempi rapidi e continuità assistenziale. E mentre questi segnali si consolidano, la politica sceglie un gesto perfettamente coerente con la stagione: premiare la continuità.
Mobilità in uscita: più fuga, proprio dove pesa di più
Il confronto tra prima del 2010 e l’ultimo periodo disponibile dice che l’indice di fuga complessivo è salito: dal 6,2-6,4% (2007-2009) al 7,8% stabile (2022-2024). In altre parole: una quota maggiore di veneti si cura fuori regione.
Il punto critico è dove si concentra questa uscita. I dati regionali mostrano un indebolimento nelle aree che richiedono programmazione vera (posti letto, rete, continuità post-acuzie):
· Ortopedia: nel 2024 il saldo (attrazione meno fuga) della macro-area è negativo (-1.142). Traduzione: più veneti escono per cure ortopediche di quanti pazienti entrino in Veneto per la stessa area.
· Post-acuzie: nel 2024 la lungodegenza resta in deficit con saldo -811, segnale tipico di rete post-ospedaliera corta rispetto al fabbisogno.
· Riabilitazione: anche mantenendo capacità attrattiva, l’uscita dei residenti resta pesante. Nel 2024 l’indice di fuga della riabilitazione e 15,0%, contro 6,6% dell’acuto ordinario.
E qui si apre il paradosso: si può restare in saldo economico positivo (perché si attraggono prestazioni da fuori) e contemporaneamente perdere terreno proprio sulle filiere che determinano qualità, tempestività e fiducia dei residenti.
Liste d’attesa: non è percezione, è aritmetica
La mobilità passiva non cresce nel vuoto: cresce quando i tempi interni diventano incompatibili con bisogni reali. E i numeri sulle prestazioni più sensibili, nell’ultimo decennio, raccontano un peggioramento che non ha bisogno di interpretazioni creative.
Nel confronto 2° trimestre 2017 vs 2° trimestre 2025 (monitoraggio ufficiale, tempi medi in giorni) su un paniere di prestazioni ad alta rilevanza clinica:
· Endoscopia digestiva (tempo-sensibile):
· EGDS: classe D da 35,1 a 125,3 giorni (+90); in P da 39,5 a 130,5 (+91).
· Colonscopia: in D da 19,6 a 71,2 (+52); in P da 3,1 a 41,7 (+39).
· Prime visite ad alta domanda (dove si forma la coda):
· Ortopedia: in P da 19,1 a 105,0 giorni (+86); in D da 12,5 a 31,9 (+19).
· Cardiologia: in P da 19,5 a 40,3 (+21).
· Neurologia: in P da 33,5 a 57,7 (+24).
· Dermatologia: medio in P passa da 50 a 450 giorni (+400); in D da 19 a 76 (+57).
· Diagnostica per immagini (sensibile):
· RM encefalo: in D da 13,0 a 38,9 (+26); in P da 18,6 a 55,6 (+37).
Questi numeri hanno una conseguenza automatica: quando la prestazione chiave slitta di settimane o mesi, una parte dei pazienti non aspetta. Cambia provincia, cambia regione, cambia canale. E qui la mobilità smette di essere scelta: diventa l’esito naturale di un sistema che non riesce a garantire tempi coerenti con la domanda.
Il premio: Lanzarin alla guida della Commissione sanità
Il 12 gennaio, il Consiglio regionale del Veneto ha insediato le commissioni consiliari permanenti ed ha eletto i rispettivi presidenti. La Quinta Commissione (politiche sociosanitarie) è ora presieduta da Manuela Lanzarin (Lega-LV), eletta con 36 voti favorevoli e 10 astenuti. Perché se negli stessi anni cresce la quota di veneti che escono, l’ortopedia scivola in saldo negativo e il post-acuzie resta un collo di bottiglia, mentre sulle prestazioni più sensibili i tempi medi si allungano in modo vistoso e vergognoso, allora il messaggio della nomina è semplice: l’efficacia amministrativa non è il parametro che decide la carriera politica.
Ed è qui che l’ironia diventa quasi didattica: la sanità veneta, che ama raccontarsi come modello, sembra aver inventato una nuova metrica di merito. Non quella che riduce la fuga e accorcia i tempi. Ma quella che, di fronte a indicatori che peggiorano, risponde con una promozione.
Come se il problema non fosse la performance del sistema, ma la coerenza del racconto. E qui il legittimo dubbio: cui prodest?
di Redazione Altovicentinonline
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