Tesserati che non rinnovano, circoli che si svuotano, ex amministratori che pur restando formalmente nel centrodestra guardano con interesse al nuovo soggetto politico.
La scelta di Alberto Villanova di non rinnovare la tessera della Lega, dopo 17 anni di militanza, è il segnale più visibile di un malessere che, dal Veneto alla Capitale, attraversa il Carroccio. L’ex capogruppo in Consiglio regionale, per anni figura di riferimento della maggioranza zaiana, ha spiegato in un’intervista al Corriere del Veneto di non vedere più «i presupposti per continuare», denunciando di fatto un isolamento politico seguito alla mancata rielezione in Regione. Una decisione che, raccontano ambienti leghisti, non è un caso isolato: in Veneto sarebbero diversi gli amministratori e i militanti che stanno scegliendo di non rinnovare la tessera. Villanova, classe 1981, chirurgo orale, era iscritto dal 2009. Ha guidato l’ultimo, robusto gruppo leghista a Palazzo Ferro Fini, definito spesso l’ultima “corazzata” dell’era Zaia. Oggi parla di «scelta sofferta ma inevitabile» e rivendica la libertà di non dover «elemosinare una poltroncina». Un addio che brucia in un territorio, quello veneto, storicamente roccaforte del Carroccio.
Nel Nordest che fu “zona rossa” leghista, ora c’è chi cambia bandiera
Se il caso Villanova arriva sulle pagine dei giornali, nelle pieghe del territorio veneto si consuma una crisi più silenziosa. Nell’Alto Vicentino – un tempo terreno fertilissimo per il partito, con sezioni vivaci e consenso diffuso – la Lega appare sempre più ai margini: non detta l’agenda, non intercetta più il malcontento locale, fatica a presentarsi come riferimento identitario.
In comuni come Thiene, dove fino a pochi anni fa il Carroccio era il baricentro del centrodestra, amministratori ed ex iscritti raccontano di circoli di fatto fermi, di iniziative rarefatte, di un partito «immobile» e percepito come distante. A riempire il vuoto, in quell’area, è soprattutto l’effetto Roberto Vannacci: il generale, dopo lo strappo con Salvini e l’addio alla Lega, ha dato vita al suo progetto politico “Futuro Nazionale”, annunciato anche sulla stampa nazionale. Proprio a Thiene, dove il leghismo era casa, Vannacci starebbe facendo man bassa di adesioni tra i leghisti delusi: militanti storici, ex amministratori, simpatizzanti che non si riconoscono più nella linea di Salvini e vedono nel generale una nuova bandiera identitaria, più radicale e “di lotta”. Il rischio per il Carroccio, in un territorio simbolo del Nord produttivo, è quello di assistere a un vero e proprio travaso di consenso verso il nuovo soggetto politico.
A Roma il problema sono i soldi (e le quote non pagate)

Le difficoltà non si fermano nei territori. Anche a Roma il clima non è dei migliori. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, durante l’ultima riunione con deputati e senatori, Matteo Salvini avrebbe richiamato duramente i parlamentari “morosi” che non versano regolarmente le quote dovute al partito: circa 3.000 euro al mese a testa, cifra storicamente richiesta ai rappresentanti leghisti per finanziare la macchina del Carroccio. Il tema dei contributi interni non riguarda solo la Lega, ma per il partito di Salvini pesa in modo particolare: secondo analisi pubblicate sulla stampa nazionale, il Carroccio avrebbe registrato negli ultimi anni un significativo calo di entrate da quote e contributi, con un “buco” di centinaia di migliaia di euro nei bilanci rispetto alle stagioni d’oro.
Il richiamo di Salvini ai morosi, con l’avvertimento che chi non paga rischia di restare fuori, racconta un partito che deve fare i conti non solo con la tenuta politica, ma anche con quella finanziaria: meno parlamentari, meno consenso, meno contributi regolari.
Dal Veneto a Montecitorio, un filo rosso di malumori
L’addio di Villanova, la crisi silenziosa dell’Alto Vicentino, l’emorragia verso Vannacci, i richiami di Salvini ai parlamentari che non versano i 3mila euro mensili: tasselli diversi di un mosaico che racconta un partito in affanno, stretto tra la necessità di restare forza di governo responsabile e la tentazione – coltivata da nuovi soggetti alla Vannacci, di tornare a essere il megafono di un malcontento radicale. In Veneto, dove la Lega di Zaia era simbolo di buon governo e radicamento territoriale, i mancati rinnovi e l’uscita di figure di peso come Villanova segnalano una frattura ormai visibile. Nell’Alto Vicentino, un tempo “zona verde Lega”, il Carroccio «non tocca palla» e assiste alla crescita di nuove sigle alla sua destra. A Roma, infine, le difficoltà economiche e i richiami interni lasciano intravedere un nervosismo crescente.
Se e come la Lega saprà ricucire con i suoi territori storici e arginare la fuga verso altri progetti politici, è una delle incognite che accompagneranno i prossimi appuntamenti elettorali. Per ora, tra tessere non rinnovate, generali in fuga e conti da far tornare, il Carroccio appare lontano dai tempi in cui il Nordest era il suo fortino inattaccabile.
N.B.
L’ascesa di Vannacci in Veneto: il nuovo laboratorio della destra
Stampa questa notizia




