La salute mentale non è soltanto una questione di numeri, statistiche e prestazioni sanitarie. Nell’Alto Vicentino è soprattutto una questione di famiglie che, ogni giorno, cercano di gestire situazioni complesse e persone fragili senza sapere sempre a chi rivolgersi. Il problema riguarda in particolare chi convive con patologie importanti: schizofrenia, autismo, disabilità accompagnate da disturbi ossessivi e altre condizioni psichiatriche che richiedono percorsi clinici continuativi, competenze specialistiche e una presa in carico che non può esaurirsi in una visita o in una prescrizione. A preoccupare è la difficoltà che alcune famiglie segnalano nel trovare, dopo la diagnosi, una continuità assistenziale adeguata. Il servizio sanitario pubblico individua il problema e formula la diagnosi, ma per i familiari può diventare complicato capire come proseguire il percorso, quali siano i riferimenti disponibili e chi possa accompagnare nel tempo la persona.
E quando la risposta non arriva o appare insufficiente, l’alternativa diventa spesso il privato. Ma ridurre tutto alla questione economica sarebbe semplicistico. Il problema è soprattutto quello di costruire un percorso clinico e assistenziale stabile. Per una persona con una patologia grave non basta sapere quale sia la diagnosi: servono continuità, monitoraggio, interventi tempestivi nei momenti di crisi e professionisti che conoscano la storia del paziente.
Il peso sulle famiglie
Quando questa rete viene meno, il carico finisce inevitabilmente sulle famiglie. Genitori, fratelli e familiari si ritrovano a gestire a domicilio comportamenti difficili, crisi, terapie, appuntamenti e situazioni che possono diventare estremamente pesanti. In alcuni casi si tratta di ragazzi, in altri di adulti che necessitano di assistenza e supervisione costanti.
La famiglia diventa così, di fatto, il principale presidio assistenziale. Ma una famiglia non può sostituire un’équipe multidisciplinare. E soprattutto non dovrebbe essere costretta a capire da sola come affrontare una situazione clinica complessa. Il rischio è quello di una progressiva solitudine: prima si cerca aiuto, poi si tenta di individuare un servizio, quindi si ricorre eventualmente al privato. Nel frattempo, la vita dell’intero nucleo familiare viene condizionata dalla situazione del proprio caro. È una solitudine che non sempre si vede, ma che può diventare devastante nella quotidianità.
Il problema non nasce soltanto quando arriva l’emergenza
Il tema si inserisce in un quadro più ampio, quello dell’aumento della domanda di salute mentale. In Veneto il problema esiste. Nel Trevigiano, la consigliera regionale Rossella Cendron, de Le Civiche Venete, ha richiamato l’attenzione su circa 12 mila casi l’anno, oltre 222 mila prestazioni e una crescita del 5,76% degli utenti nel 2026. La fascia maggiormente coinvolta sarebbe quella tra i 25 e i 55 anni. Al pronto soccorso di Treviso, inoltre, sarebbero state registrate in un anno circa 700 richieste urgenti di consulenza psichiatrica. Numeri che, secondo Cendron, mostrano una pressione crescente sui servizi e una carenza di personale che rischia di rendere ancora più difficile garantire risposte tempestive. «Il Pronto Soccorso non può diventare il punto di accesso ordinario alla salute mentale», ha sottolineato la consigliera, chiedendo più prevenzione, presa in carico precoce, continuità assistenziale e un rafforzamento dei servizi territoriali. Un ragionamento che riguarda anche le realtà dell’Alto Vicentino, dove il tema della presa in carico delle persone con disturbi gravi pone una domanda precisa: chi accompagna il paziente e la sua famiglia dopo la diagnosi?
Serve una rete, non una porta da aprire soltanto nelle emergenze
La richiesta che arriva dalle famiglie è quindi quella di una maggiore continuità tra diagnosi, terapia e assistenza. Servono collegamenti più efficaci tra medici di medicina generale, servizi specialistici, servizi territoriali e pronto soccorso. Servono professionisti sufficienti per seguire i pazienti nel tempo. E serve soprattutto un riferimento riconoscibile per le famiglie, qualcuno a cui poter chiedere indicazioni quando la situazione cambia o diventa difficile da gestire. La questione degli organici è centrale, ma non è l’unica. Occorre anche evitare che i percorsi siano frammentati e che una persona fragile debba passare da un servizio all’altro senza una reale continuità. Perché arrivare al pronto soccorso quando una crisi è già esplosa significa spesso essere arrivati alla fine di un percorso che avrebbe avuto bisogno di interventi molto prima.
«Non lasciate sole le famiglie»
La salute mentale, soprattutto nei casi più gravi, riguarda quindi l’intera comunità. Non soltanto chi riceve una diagnosi, ma anche chi gli sta accanto. Una madre o un padre che affrontano ogni giorno la malattia del figlio non chiedono necessariamente una soluzione immediata a ogni problema. Chiedono di non essere lasciati soli. Chiedono di sapere a chi rivolgersi, di poter contare su professionisti preparati e di avere un percorso che continui anche dopo la prima diagnosi. Perché quando una persona con schizofrenia, autismo, disabilità o altri disturbi importanti rimane senza una rete adeguata, la difficoltà non resta confinata all’ambito sanitario. Entra nelle case, modifica gli equilibri familiari, condiziona il lavoro, le relazioni e la vita quotidiana di tutti.
Il punto, allora, non è soltanto quante prestazioni vengono erogate o quante persone entrano nei servizi. La domanda più importante è un’altra: quante di quelle persone riescono davvero a trovare un percorso continuo, e quante famiglie riescono a sentirsi accompagnate dopo aver bussato alla porta della sanità pubblica?
È su questo terreno che anche nell’Alto Vicentino si gioca una parte importante della sfida sulla salute mentale: fare in modo che la diagnosi non sia il punto di arrivo, ma l’inizio di un percorso di cura nel quale paziente e famiglia non vengano lasciati soli. La politica si indigna per il furto della coca cola al supermercato e non presta attenzione a questi drammi che spesso portano le famiglie all’isolamento o a pensieri suicidari.
“La situazione della salute mentale in Veneto sta toccando livelli di criticità inaccettabili, confermati da quanto ha denunciato oggi l’Associazione Italiana Tutela Salute Mentale (AITSM). Siamo di fronte a un sistema che mostra falle strutturali profonde su cui la Giunta regionale continua a glissare, accontentandosi di risposte di facciata mentre i servizi territoriali si svuotano e le famiglie vengono lasciate sole nel disorientamento”.
A dichiararlo sono anche le consigliere regionali del PD e componenti della commissione Sanità, Chiara Luisetto (vice presidente), Anna Maria Bigon e Monica Sambo, a commento dell’audizione che si è tenuta nel corso della seduta odierna della commissione Quinta.
“Il primo grande problema sono le risorse: in Veneto si continua a investire troppo poco, costantemente sotto la soglia minima del 5% del Fondo Sanitario Regionale (FSR) destinata alla salute mentale. Questa penuria di stanziamenti si traduce drammaticamente nella carenza cronica di figure professionali – dai TERP agli psicologi – professionisti che purtroppo ci sono ma scelgono di lavorare altrove o nel privato a causa di condizioni lavorative non più sostenibili. A questo si aggiunge un turnover continuo del personale che genera spaesamento e mina profondamente la continuità assistenziale, lasciando le famiglie in balia dell’incertezza”.
“Assistiamo inoltre – proseguono – ad aperture parziali dei Centri di Salute Mentale (CSM) e a chiusure, un esempio emblematico, evidenziato in sede di audizione è quello dell’SPDC (Servizio Psichiatrici di Diagnosi e Cura) di Montecchio Maggiore, chiuso anni fa e mai più riaperto, nonostante la sfilza di promesse e rassicurazioni sbandierate dalla Regione nel corso del tempo. Non solo: sul fronte dell’emergenza giovanile siamo di fronte a patologie che insorgono in età sempre più precoce e, per arginare questo fenomeno, serve una rete di prevenzione capillare e servizi vicini ai territori, unico modo per evitare che il disagio giovanile si trasformi in cronicità”.
Luisetto, Bigon e Sambo esprimono quindi “profonda preoccupazione per la permanenza dei minori ricoverati nei reparti psichiatrici per adulti, oltre che per i tempi di attesa interminabili e inaccettabili registrati nella neuropsichiatria infantile. Come già denunciato con forza nei mesi scorsi, la Regione non può continuare a tollerare che bambini e adolescenti in sofferenza psichica vengano ospitati in reparti inadatti o in strutture non idonee. La salute mentale non è un capitolo di serie B. Porteremo avanti con determinazione – concludono – le istanze dei familiari e dalle associazioni, continuando a chiedere servizi per chi soffre, a pretendere risposte chiare, investimenti reali e il rispetto degli impegni presi con i cittadini e con le famiglie venete”.
di redazione AltovicentinOnline
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