Ufficialmente si parla di offrire a Zaia un ruolo di vertice nella “nuova” Lega, probabilmente una vicesegreteria forte, magari unica. Ufficiosamente, però, è chiaro a tutti che il governatore non intende fare il vice di rappresentanza, quello che firma i comunicati quando il capo non c’è.
Chi conosce Zaia lo descrive così: accetta solo se ha in mano un potere reale e se il Nord torna ad avere un peso riconoscibile nella struttura del partito. Per questo da giorni circola l’idea di riscrivere lo statuto e di istituzionalizzare una sorta di “doppia Lega”: una nazionale, guidata da Salvini, e una nordista, più autonoma, con simbolo, linea e identità propri, ma legata alla prima da un accordo federale interno, sul modello tedesco Cdu/Csu.
In altre parole: la fine dell’illusione della “Lega unica” e il ritorno, più o meno esplicito, alle origini territoriali.
Zaia non è solo. Attorno a lui si muove quel blocco che negli ultimi anni ha tenuto in piedi il partito sul territorio: i presidenti di Regione del Nord. Massimiliano Fedriga in Friuli-Venezia Giulia, Attilio Fontana in Lombardia, Maurizio Fugatti in Trentino: tutti accomunati dallo stesso problema, cioè la difficoltà di tenere insieme amministrazione di governo locale e una Lega sempre più nazionale e personalizzata sul leader. Fedriga, in particolare, nelle analisi dei retroscena politici viene spesso indicato come possibile figura-chiave in un futuro assetto “federale”: un punto di equilibrio fra il Nord che chiede più voce e il centro che non vuole perdere il controllo.
Questo spiega anche perché a ogni nuovo malumore interno si rincorrano voci di possibili addii, persino ai massimi livelli, come qualche eurodeputato. Spesso sono esagerazioni, ma il fatto che circolino dice molto dello stato d’animo: la Lega non è tranquilla, e i governatori sanno di avere in mano un potere contrattuale che prima non esercitavano in modo così esplicito.
Il peso di Vannacci nello scenario di Salvini
Mentre Salvini tratta con Zaia, c’è un altro fronte che preme: quello esterno, a destra. Roberto Vannacci sta costruendo il suo partito, “Futuro Nazionale”, con una tempistica fin troppo perfetta per mettere pressione alla Lega. Il generale prepara la sua assemblea costituente, viene accreditato dai sondaggi tra il 3,5 e il 6 per cento e rivendica già decine di migliaia di aderenti.
Da dove arrivano molti di questi? Dal mondo della destra radicale, ma anche da settori delusi proprio della Lega salviniana. In altre parole: Vannacci pesca nello stesso bacino di Salvini, con toni spesso ancora più identitari, più rozzi, più “di pancia”.
Per il segretario leghista questo crea un doppio problema: da una parte deve dare rassicurazioni ai suoi militanti (da qui il linguaggio duro contro “traditori” e “voltagabbana”), dall’altra deve evitare di spingere altro elettorato e altri quadri direttamente nelle braccia del generale.
Il modello Cdu/Csu: suggestione o vera rivoluzione?
L’idea di copiare il modello Cdu/Csu non è solo un espediente comunicativo. In Germania, Cdu e Csu sono due partiti formalmente distinti: la Csu opera solo in Baviera, la Cdu nel resto del Paese. Hanno gruppi parlamentari comuni, stanno insieme al governo, ma la Csu difende con i denti la propria specificità bavarese, anche andando allo scontro con la sorella maggiore quando serve.
Applicato alla Lega, questo significherebbe: un partito nazionale “Lega per Salvini Premier” che corre in tutta Italia, e una sorta di “Lega Nord 2.0” radicata nelle regioni settentrionali, con un proprio baricentro politico (Zaia, Fedriga e il fronte dei governatori) e una capacità autonoma di dettare l’agenda sui temi cari a quei territori: tasse, infrastrutture, autonomia differenziata, rapporti con il mondo produttivo.
Per Salvini è una prospettiva ambivalente: da un lato potrebbe rilanciare il partito nei territori dove negli ultimi anni la Lega ha perso pezzi; dall’altro equivarrebbe a riconoscere che il controllo totale dell’organizzazione non è più sostenibile, aprendo la strada a equilibri interni nuovi e, per lui, più rischiosi.
La scelta che ha davanti Salvini, al netto di formule e articoli di statuto, è brutale: accettare di condividere davvero il potere, concedendo a Zaia e al blocco nordista un ruolo strutturale e non ornamentale, con una riforma profonda del partito. Oppure stringere le fila, puntare sui fedelissimi, difendere l’attuale impianto centralizzato e archiviare (o svuotare) le richieste di chi chiede una svolta nordista.
Nel primo caso, Salvini rischia di vedersi affiancato da un potere autonomo forte, in grado , domani, di contestarlo o di mettersi di traverso su alleanze, liste e candidature. Nel secondo, rischia un logoramento lento: altri amministratori che si allontanano, pezzi di classe dirigente che guardano a Vannacci o ad altri poli del centrodestra, e un partito che fatica a tenere insieme Nord e Sud sotto la stessa bandiera.
Non è un dettaglio che il “ritiro” leghista si tenga proprio in Veneto, “a casa di Zaia”: una scelta simbolica con cui Salvini prova a mostrare unità, ma che di fatto trasforma Treviso nel luogo dove il partito dovrà decidere chi comanda davvero e che faccia vuole avere.
Alla fine, il conflitto tra Salvini e Zaia è soprattutto uno scontro di modelli: da una parte una Lega nazionale, sovranista, centrata su un leader forte, su un rapporto diretto con Giorgia Meloni e sul posizionamento nello scacchiere europeo. Dall’altra una Lega nordista, autonomista, più attenta ai dossier concreti di Regioni e imprese del Nord, che non vuole essere assorbita in un contenitore indistinto.
I prossimi giorni diranno se il compromesso troverà una forma credibile , un vicesegretario con poteri veri, un nuovo statuto, un equilibrio tra Nord e resto d’Italia, oppure se prevarrà la linea del “tirare dritto”, con il rischio di strattonare ancora di più un partito che, da anni, vive in bilico tra ciò che è stato e ciò che vorrebbe diventare.
di Redazione AltovicentinOnline
Stampa questa notizia




