Il noir di Bussi ha luogo a Giverny, paesino suggestivo che sorge sulla riva della Senna in Normandia e che fu casa di Monet dal 1883 fino alla sua morte. E’ qui che troviamo uno dei soggetti che più ossessioneranno l’artista nei suoi ultimi anni di vita: il suo stagno di ninfee!

Nel libro vengono naturalmente citate spesso: dal delitto su cui si indaga, la morte di un oftamologo, collezionista di quadri impressionisti che sogna di possedere un Monet; alla leggenda su delle misteriose ninfee nere. Nel romanzo si ipotizza che Monet abbia effettivamente dipinto queste ninfee nere e che queste siano finite nelle mani della vecchia del paese.

Ma cosa sappiamo di Giverny? E come mai Monet decise, ad un certo punto, di farne la sua casa e il fulcro delle sue ultime opere?

Monet avvistò per la prima volta Giverny dal finestrino di un treno. La serenità del posto lo affascinò al punto che poco dopo vi si trasferì, acquistando un’incantevole casa con un giardino.

Inizialmente, il giardino della casa era piuttosto trascurato e più simile ad un orto. Appassionato non solo di arte ma anche di natura, il pittore si mise subito all’opera per trasformarlo nel magnifico giardino che oggi tutti conosciamo.

Nel suo lavoro di ripristino del giardino, selezionò con cura ogni fiore e pianta, affinché fiorisse ad ogni stagione, piantando bulbose primaverili, rose e iris estive, dalie e crisantemi autunnali, realizzando un gioco di colori degno dell’artista quale era.

Successivamente, ampliò il giardino oltre i binari del treno, realizzando il famoso stagno di ninfee e costruendoci poi un ponte in stile giapponese che ricordiamo bene. Si dice che per la sua cura impiegava fino a sette giardinieri, uno dei quali aveva il compito di asciugare le ninfee ogni mattina per evitare macchie nei dipinti.

Occupandosi anche della casa, in principio molto semplice, la ridipinse con i colori della sua tavolozza: facciata rosa, persiane verdi, sala da pranzo gialla, cucina blu e bianca. Ogni stanza rifletteva perfettamente la sua cura e la sua ossessione per la luce e il colore.

Alla sua morte nel 1926, la casa passò al figlio Michel (la coincidenza!), che però non era interessato alla proprietà e tutto fu quasi abbandonato. Solo negli anni ‘70 iniziò un grande restauro per riportare la casa e il giardino al loro splendore originario. Il giardino continua ad essere curato anche grazie al lavoro di Gilbert Vahé, giardiniere capo dal 1977, che ha dedicato più di quarant’anni al suo mantenimento, contribuendo a renderlo una delle mete più gettonate in Normandia.

Martina Furlan

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