“Durante la Resistenza scelse di consegnarsi spontaneamente alle forze nazifasciste salvando così la vita di 17 civili. Fu poi catturato e fucilato”, questa la motivazione con cui Bruno Brandellero, giovane comandante partigiano nato a Valli del Pasubio (VI) nel 1922, è entrato oggi tra quelli dei “Giusti dell’Umanità”. Il riconoscimento è stato conferito nel corso della cerimonia svoltasi questa mattina nel Giardino dei Giusti al Monte Stella di Milano, luogo simbolico dedicato a donne e uomini che, in ogni tempo e in ogni parte del mondo, hanno difeso la dignità umana e salvato vite durante guerre e persecuzioni. Il termine “Giusto” è tratto da un passo del Talmud che afferma: «Chi salva una vita salva il mondo intero».
Il riconoscimento è stato attribuito dall’Assemblea dell’Associazione per il Giardino dei Giusti di Milano, composta dalla Fondazione Gariwo, dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e dal Comune di Milano. La commissione, che cambia di anno in anno, seleziona figure provenienti da contesti diversi, con l’obiettivo di mantenere uno sguardo universale e non legato a schieramenti politici o geografici, premiando persone che hanno difeso la dignità umana in qualsiasi parte del mondo.
Brandellero fu ucciso dai nazifascisti il 26 giugno 1944 a Marano Vicentino, dopo essersi consegnato volontariamente ai rastrellatori nove giorni prima per salvare 17 civili di Contrà Vallortigara, che rischiavano la fucilazione come rappresaglia per aver dato ospitalità ai partigiani. Per quel gesto di straordinario coraggio era già stato insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare e della Medaglia d’Oro della Provincia di Vicenza. Oggi la sua figura è stata ulteriormente onorata con il titolo di “Giusto dell’Umanità”.
La Giornata dei Giusti 2026, dedicata al tema “I Giusti per la democrazia. Dialogo e non violenza per costruire la pace”, ha visto l’onorificenza attribuita anche ad altre figure simbolo dell’impegno civile e dei diritti umani, tra cui Piero Calamandrei, Martin Luther King, l’attivista israeliana Vivian Silver, la palestinese Reem Al-Hajajreh e l’artista russa Aleksandra “Sasha” Skochilenko, oltre alla consegna di pergamene ai “Giusti” segnalati dalla società civile.
A ritirare il riconoscimento è stato il nipote omonimo di Bruno Brandellero, figlio del fratello Luigi, accompagnato da Ugo De Grandis, studioso della Resistenza scledense e dell’Alto Vicentino. De Grandis ha curato il dossier di candidatura, dopo aver già promosso con successo quelli che hanno portato al riconoscimento come “Giusti dell’Umanità” dell’arciprete di Schio monsignor Girolamo Tagliaferro nel 2023 e di suor Luisa Arlotti nel 2024. Il risultato arriva al termine di un lungo lavoro di ricerca storica e divulgazione che ha permesso di ricostruire nel dettaglio la vicenda di Brandellero attraverso testimonianze dirette e documenti.
Visibilmente emozionato, il nipote Bruno Brandellero commenta: «Per me è un grande onore portare da tanti anni il nome e la memoria di mio zio ed essere custode dei suoi valori e dei riconoscimenti ottenuti nel corso del tempo. Il valore aggiunto della cerimonia di oggi è stata la presenza di tanti ragazzi e giovani. L’auspicio è che lo spirito dell’azione di mio zio possa diventare un’eredità che anche le nuove generazioni continuino a coltivare».
Spiega Ugo De Grandis: «Questo riconoscimento rappresenta un traguardo importante per la Resistenza vicentina e per i Comuni di Valli del Pasubio e di Marano Vicentino, che lo hanno visto nascere e morire, per il Comune di Schio, culla della Brigata “Martiri della Val Leogra”, per tutte le persone che credono nei valori di libertà, giustizia sociale, solidarietà e democrazia per i quali i partigiani combatterono. È anche il risultato di molti anni di studio e di impegno nella difesa e nella diffusione della sua memoria. Allo stesso tempo non deve essere considerato un punto di arrivo, ma un punto di partenza per far conoscere oltre i confini della nostra vallata e della provincia il valore della Resistenza scledense e della Val Leogra. È l’occasione per ricordare episodi fondamentali come il nostro primato nello sciopero operaio generale nel febbraio 1944 a Schio, la “zona libera” di Posina e la resa di una divisione tedesca ai partigiani della Brigata “Martiri della Val Leogra”. La figura di Bruno Brandellero, con il suo gesto di coraggio e sacrificio per salvare 17 civili, merita di essere affiancata a quelle più note della storia della Resistenza italiana. Il suo esempio rappresenta i valori di libertà, dignità e solidarietà su cui si fonda la nostra Repubblica. In fondo, un capitolo di quella Costituzione nata dal sacrificio dei partigiani è stato scritto anche in quella piccola contrada sulle pendici del Monte Novegno, la mattina del 17 giugno 1944».
Presente alla cerimonia anche una delegazione istituzionale dei Comuni di Marano Vicentino, Schio e Valli del Pasubio, con la partecipazione dei rispettivi sindaci e del sindaco di Torrebelvicino.
Commenta il sindaco di Valli del Pasubio, Gianvalerio Piva: «Il riconoscimento di Bruno Brandellero come “Giusto dell’Umanità” è anche il frutto della grande caparbietà e sensibilità di Ugo De Grandis, che con il suo lavoro di ricerca e divulgazione ha reso possibile questo importante risultato. Brandellero fu un giovane partigiano che diede la vita per salvare non solo i 17 abitanti della contrada di Vallortigara, ma contribuì, insieme ai suoi compagni, anche ad azioni che impedirono il bombardamento della città di Schio, evitando così ulteriori tragedie. Per questo la comunità di Valli del Pasubio è profondamente orgogliosa della sua figura e del sacrificio che ha compiuto per la libertà e per la vita di tante persone».
«Con il riconoscimento a Bruno Brandellero – aggiunge il sindaco di Schio, Cristina Marigo – diventano tre le figure profondamente legate alla nostra città inserite tra i “Giusti dell’Umanità”. Dopo monsignor Girolamo Tagliaferro e suor Luisa Arlotti, anche Bruno Brandellero viene oggi ricordato a livello internazionale per il suo straordinario gesto di coraggio. È un riconoscimento che ci rende orgogliosi e che testimonia come Schio e il suo territorio abbiano espresso, anche nei momenti più bui della storia, persone capaci di mettere al centro la dignità umana e il valore della vita. La scelta di Brandellero di sacrificarsi per salvare 17 civili rappresenta un esempio altissimo di responsabilità morale e di amore per la propria comunità. Questa onorificenza è un tributo alla memoria di un giovane partigiano e al contempo un messaggio forte per le nuove generazioni: ricordare queste storie significa continuare a difendere i valori di libertà, solidarietà e democrazia su cui si fonda la nostra Repubblica».
Conclude il sindaco di Marano Vicentino, Marco Guzzonato: “Marano Vicentino è legata a Bruno Brandellero, martire della Resistenza, e attraverso il suo ricordo rinnoviamo la nostra convinta adesione ai valori di libertà e giustizia sociale che animarono la lotta di Liberazione dal nazifascismo. Gli stessi valori sono fondativi della nostra Costituzione, e la cerimonia di oggi a Milano è una straordinaria occasione per ricordarlo a tutte e tutti, e per questo saremo sempre grati a Bruno Brandellero. Grazie anche a Ugo De Grandis per il suo impegno encomiabile nel perorare la candidatura a Giusto dell’Umanità e nel divulgare da sempre la storia del Partigiano Ciccio”.
Al termine della giornata la delegazione ha fatto tappa a Crespi d’Adda, in provincia di Bergamo, il celebre villaggio operaio riconosciuto Patrimonio mondiale dell’Unesco, esempio storico di comunità industriale realizzata tra Ottocento e Novecento, non dissimile per visione sociale a quella promossa da Alessandro Rossi a Schio.
BREVE BIOGRAFIA DI BRUNO BRANDELLERO di Ugo De Grandis
Bruno Brandellero, nato a Valli del Pasubio il 19 gennaio 1922 in una famiglia di agricoltori, era inquadrato in un reparto di Sanità a Monselice allorché, l’8 settembre 1943, fu diffusa la comunicazione dell’armistizio. Fuggito dalla caserma, trascorse l’inverno nascosto in contrada, disertando i bandi di chiamata alle armi della Repubblica sociale.
Nella primavera del 1944, dopo lo scioglimento delle nevi, con il nome di battaglia “Ciccio” entrò nella pattuglia di Sant’Antonio, comandata da Domenico Roso “Binda”, che si stanziò nell’alta-media Val Leogra, stringendo rapporti con gli abitanti delle contrade e organizzando basi e depositi di armi e viveri.
Dopo la morte in un’imboscata di “Binda”, avvenuta l’8 maggio, Bruno fu eletto nuovo comandante. La pattuglia portò a compimento un’importante azione domenica 11 giugno: la cattura di un ufficiale di grado superiore, proveniente da Monfalcone, che recava con sé i progetti di due armi innovative, i quali, tramite staffette, furono inviati al Comando Militare Regionale di Padova e quindi al Comando alleato in Svizzera, che tributò un encomio solenne alla pattuglia.
Pochi giorni dopo ricevettero l’ordine di trasferirsi sulla sinistra Leogra, portandosi a Contrà Vallortigara, dove una staffetta li avrebbe attesi per condurli al Comando del Btg. “Apolloni”.
Giunti in contrada nel tardo pomeriggio del 16 giugno, dopo una lunga marcia sotto la pioggia, attesero inutilmente l’arrivo della staffetta, bloccata a valle dall’inizio del rastrellamento da tempo preparato per ripulire definitivamente un’ampia zona dalle bande partigiane. Bruno e i suoi uomini furono invitati a fermarsi a trascorrere la notte in un fienile, mentre uno dei capifamiglia avrebbe fatto la guardia. Ma un plotone di rastrellatori, avvertito da un contadino dei dintorni, sorprese i partigiani in contrada all’alba dell’indomani. Iniziò uno scontro a fuoco, protrattosi per cinque ore, che provocò due morti e due feriti gravi tra i partigiani e cinque morti tra i nazifascisti.
Dopo la fuga dei partigiani sopravvissuti, i rastrellatori appiccarono il fuoco alle abitazioni, conducendo davanti alla fontana, posta all’ingresso della contrada, gli abitanti: 17 uomini e donne dai 6 ai 73 anni. Quando fu chiaro che su di loro stava per abbattersi la rappresaglia, dal folto del bosco uscì Bruno, gridando che i civili non avevano colpa, che li aveva costretti lui a ospitarli, che li lasciassero andare e prendessero lui al loro posto. I civili furono risparmiati e Bruno fu legato dietro a un cavallo e condotto a Valli del Pasubio, dove incontrò la sorella Ester, alla quale confidò di andare sereno incontro alla morte perché aveva salvato la vita agli abitanti.
Poi fu condotto alla caserma del 263° Ost Bataillon di Marano Vicentino, dove fu torturato per 9 giorni di seguito, nel tentativo di strappargli i nomi dei suoi compagni di pattuglia, dei comandanti e delle contrade che avevano loro offerto supporto nei mesi precedenti. Ma Bruno non cedette alle torture, suscitando l’ammirazione dell’interprete che assisteva agli interrogatori, finché, stanchi di accanirsi su di lui senza risultato, lo fucilarono al cimitero di Marano Vicentino la sera del 26 giugno.
Nel 1953 la Presidenza del Consiglio dei Ministri assegnò a Bruno Brandellero la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Un’altra Medaglia d’Oro gli fu assegnata nel 1965 dalla Provincia di Vicenza, l’anno successivo il Diploma alla Memoria dell’Istituto del Nastro Azzurro e ora questo nuovo prestigioso riconoscimento di “Giusto dell’Umanità”, che viene concesso a tutte le figure esemplari di resistenza morale che in ogni tempo e in ogni luogo della Terra si sono battute per salvare vite umane, per difendere i diritti umani e la dignità della persona, durante i conflitti e i genocidi.
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