Oggi ricorre l’anniversario dell’esplosione in cui persero la vita Antonietta Berna, Angelo Dal Santo e Alberto Graziani. Una tragedia maturata nel clima della violenza politica di quegli anni e destinata a segnare per sempre anche la vicenda di Lorenzo Bortoli.
L’11 aprile 1979 è una delle date più drammatiche della storia di Thiene. In un appartamento di via Vittorio Veneto riconducibile a Lorenzo Bortoli, un’esplosione uccide Antonietta Berna, compagna dello stesso Bortoli, Angelo Dal Santo e Alberto Graziani. Tre vite spezzate dallo scoppio di un ordigno rudimentale, verosimilmente in fase di preparazione per un attentato, dentro una vicenda più ampia che segna profondamente la città e lascia una traccia destinata a non cancellarsi.
Quella tragedia non nasce nel vuoto. Matura dentro il clima feroce di quegli anni, segnati da violenza politica, arresti, inchieste e tensioni che attraversano anche il Veneto. Il caso Bortoli si inserisce infatti in una stagione in cui il terrorismo e l’estremismo politico non sono realtà lontane, ma una pressione concreta che entra nelle città, nelle case, nelle vite delle persone.
A rendere ancora più cupo il quadro c’è poi la sorte dello stesso Lorenzo Bortoli. Arrestato dopo l’esplosione, profondamente segnato da quanto accaduto — nella notte tra l’11 e il 12 aprile deve riconoscere i resti della sua compagna — tenta più volte il suicidio durante la detenzione, fino a togliersi la vita nel carcere di Verona il 19 giugno 1979. Un epilogo che restituisce, più di molte analisi, la devastazione umana prodotta da quegli anni.
Oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, il punto non è riaprire appartenenze né usare il passato come terreno di scontro riflesso. Sarebbe una riduzione sterile. Il punto è ricordare con serietà. Ricordare che quella tragedia appartiene alla storia civile di Thiene. Ricordare che dietro le cronache e gli atti restano persone, famiglie, vite interrotte.
E insieme alla memoria pubblica resta il dolore dei familiari delle vittime: un vuoto che non si colma, una ferita che attraversa gli anni, una devastazione silenziosa che il tempo non cancella.
Le comunità si misurano anche dalla qualità della loro memoria. Non da quella retorica, buona per le ricorrenze formali, ma da quella più difficile: la memoria sobria, composta, vigile. Quella che non spettacolarizza il dolore, ma nemmeno lo rimuove.
Per questo l’anniversario di oggi non è una ricorrenza minore. È un momento di raccoglimento civile. Perché il tempo passa, ma non rende irrilevanti le ferite. E una città che dimentica troppo in fretta non diventa più leggera: diventa solo più povera.
mds

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