Da oltre un anno vivono in emergenza abitativa. Da un mese e mezzo pende su di loro uno sfratto esecutivo che potrebbe diventare operativo “da un momento all’altro”. È la storia di una famiglia di Thiene che oggi lancia un appello pubblico attraverso il giornale: «Aiutateci a trovare una casa».
In casa vivono in tre: lei, 90% di invalidità con riconoscimento di gravità ai sensi dell’articolo 3 comma 3, gravemente ipovedente fino alla quasi totale cecità; il marito, che la assiste quotidianamente; e il nipote quindicenne affidato dal Tribunale dei minori di Venezia, rientrato in famiglia lo scorso giugno dopo tre anni trascorsi in comunità.
“Da un mese aspettiamo la carta che ci manda via”
Lo sfratto è legato alla vendita dell’abitazione all’asta. «Il compratore ha pagato l’intera somma — spiegano — e il giudice giustamente chiede che la casa venga liberata. Non abbiamo ricevuto proroghe. Ora aspettiamo solo la comunicazione ufficiale con la data in cui dovremo uscire». La paura è concreta: «Temiamo di non fare in tempo a trovare un’altra casa prima che arrivino a mandarci via».
La malattia e il crollo
La donna racconta che tutto è precipitato dopo una vicenda personale drammatica: il suicidio del primo marito, da lì il blocco dei conti correnti, i debiti e, poco dopo, l’insorgere della malattia. «Lavoravo, vedevo benissimo. Facevo la saldatrice. Poi mi sono ammalata e mi è crollato il mondo addosso».
Oggi percepisce una pensione di invalidità senza revisione. Nel tempo sono sopraggiunti anche altri problemi di salute, come difficoltà a deambulare che le rendono complicato persino salire e scendere le scale del secondo piano dove attualmente vivono.
La pressione psicologica è fortissima. «Sono traumatizzata. Quando suona il campanello ho paura», racconta. Ogni rumore improvviso riporta al terrore che possa trattarsi dell’ufficiale giudiziario. Il marito la assiste costantemente: «Anche quando scende in garage torna su ogni due ore».
La ricerca
La famiglia cerca un trilocale con due camere da letto, preferibilmente al piano terra o con ascensore. «Non chiediamo la luna: una stanza per noi, una per Alessandro, il nipote, una cucina e un bagno».
Il reddito familiare — circa 2.800 euro complessivi — consentirebbe di sostenere un affitto attorno ai 700 euro. «Non è un problema economico», precisano. « Non abbiamo nessun problema assistenziale ma esistenziale, non abbiamo una busta paga. E senza quella nessuno affitta».
Le agenzie immobiliari, alla loro richiesta di una casa, rispondono che non ci sono disponibilità oppure chiedono garanzie lavorative. «Appena capiscono la nostra situazione si chiude tutto. Senza un garante o una rete di conoscenze è impossibile».
Il rapporto con il Comune
La famiglia ha presentato domanda per l’alloggio popolare negli ultimi due anni, ma finora senza esito positivo. «Ci è stato detto che non ci sono disponibilità. L’unica proposta è stata un eventuale aiuto per la caparra nel momento in cui trovassimo una casa. Ma il problema è trovarla».
Durante un incontro con gli uffici comunali è stata illustrata anche la situazione del nipote, affidato con provvedimento del Tribunale dei minori di Venezia. «Ci è stato fatto notare che non risultava la residenza qui. Abbiamo consegnato tutta la documentazione dell’affido. Per noi è incomprensibile che non si tenga conto di un affidamento disposto dal tribunale».
Il nipote e il timore di un nuovo trauma
Il ragazzo, 15 anni, è tornato a vivere con loro lo scorso giugno dopo un lungo periodo in comunità. «Non possiamo nemmeno pensare che torni indietro. È già stato tre anni fuori casa. Ora ha bisogno di stabilità». In casa si cerca di mantenere un’apparenza di normalità. «Non riesco nemmeno a togliere i quadri dalla sua stanza per non farlo agitare. È preoccupato, lo siamo tutti», confida la donna.
“Abbiamo bisogno di aiuto”
Il marito, oltre a fare da caregiver, svolge piccoli lavori nel condominio. «Siamo persone perbene. Pagheremmo regolarmente l’affitto. Ci serve solo qualcuno che ci dia fiducia. Quello che sto capendo è che per trovare una casa bisogna conoscere qualcuno che ti faccia da garante, che garantisca che siamo delle brave persone e che riusciamo a pagare. Quindi solo tramite amicizie». L’appello è semplice e diretto: «Cerchiamo un appartamento con due camere, un posto dove poter dormire, mangiare, nulla di particolare, insomma. Una stanza per Alessandro e una stanza per noi».
Ora la famiglia aspetta. Aspetta una telefonata, una risposta, una porta che si apra prima che sia il campanello a suonare per l’ultima volta «La nostra paura è non fare in tempo. La nostra speranza è che qualcuno legga e capisca che non siamo disgraziati, ma una famiglia che chiede solo una possibilità». Una speranza dunque, che l’appello non cada nel vuoto ma che tra istituzioni e cittadini qualcuno possa offrire una soluzione concreta.
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Letteria Cavallaro
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