Se ne parla ogni giorno. Nei convegni, nei talk show, nelle aziende, nei corridoi degli uffici. L’intelligenza artificiale è entrata nel dibattito pubblico con una forza che pochi fenomeni tecnologici hanno avuto in passato. Eppure, più cresce la sua presenza nella vita quotidiana, più emerge un dato sorprendente: intorno all’AI c’è ancora molta ignoranza. E soprattutto, molti pregiudizi. C’è chi la considera una minaccia pronta a “rubare il lavoro”. Chi la liquida come una moda passeggera. Chi la guarda con sospetto, senza averla mai realmente utilizzata. Nel frattempo, strumenti sviluppati da realtà come OpenAI e piattaforme ormai diffuse come ChatGPT vengono integrate nei processi aziendali, nelle redazioni, negli studi professionali, nei reparti marketing.
Il punto è che l’intelligenza artificiale non sta sostituendo le persone in modo indiscriminato. Sta cambiando il modo in cui si lavora. Automatizza attività ripetitive, velocizza analisi complesse, supporta la scrittura, organizza informazioni, aiuta a prendere decisioni più rapide. Ma resta uno strumento. E come ogni strumento, richiede competenza.
La paura di ciò che non si conosce
Gran parte della diffidenza nasce da una conoscenza superficiale. Molti professionisti parlano di AI senza aver mai sperimentato concretamente cosa possa fare — e soprattutto cosa non possa fare. Perché l’intelligenza artificiale ha limiti evidenti: può commettere errori, può fornire informazioni imprecise, può essere influenzata dai dati con cui è stata addestrata. Non è autonoma, non ha coscienza, non prende decisioni etiche.
Eppure il dibattito pubblico oscilla ancora tra due estremi: entusiasmo cieco e rifiuto totale. Nel mezzo, manca spesso l’elemento più importante: la formazione.
Il vero rischio oggi non è che l’AI “ci sostituisca”, ma che una parte dei lavoratori scelga di ignorarla per paura o pregiudizio. In un mercato sempre più competitivo, questa resistenza culturale può trasformarsi in un boomerang.
I settori dove non puoi più permetterti di non sapere
Ci sono ambiti professionali in cui la conoscenza dell’intelligenza artificiale non è più un’opzione. Nel giornalismo, ad esempio, l’aggiornamento continuo è parte integrante della professione. L’Ordine dei Giornalisti prevede percorsi formativi permanenti proprio per garantire che i professionisti siano al passo con i cambiamenti tecnologici. Oggi un giornalista deve saper utilizzare strumenti di analisi dati, monitoraggio delle fonti online, fact-checking digitale. Non conoscere l’AI significa lavorare con strumenti superati rispetto alla concorrenza.
Nel marketing e nella comunicazione, l’intelligenza artificiale è già dentro le campagne pubblicitarie, nella profilazione dei pubblici, nell’analisi dei comportamenti di acquisto. Non padroneggiarla significa essere meno efficienti, meno strategici, meno competitivi.
Nelle risorse umane, l’AI viene impiegata per lo screening dei curricula, per l’analisi delle competenze, per la gestione delle performance. In finanza, gli algoritmi predittivi guidano analisi di rischio e investimenti. In sanità, i sistemi di supporto alla diagnosi affiancano medici e specialisti. Nella pubblica amministrazione e nel settore legale, cresce l’uso di strumenti di automazione documentale e analisi normativa.
In tutti questi ambiti, non si tratta di essere programmatori. Si tratta di comprendere come funzionano gli strumenti che stanno entrando nei processi decisionali.
I pregiudizi che bloccano la crescita
Tra le frasi più ricorrenti c’è: “Non mi serve, tanto non è il mio lavoro”. Oppure: “Usarla è come barare”. O ancora: “È troppo pericolosa”. Ma la storia dell’innovazione insegna che ogni nuova tecnologia viene inizialmente accolta con diffidenza. È accaduto con Internet, con i social network, con il cloud computing. Oggi sta accadendo con l’intelligenza artificiale.
La differenza, però, è che l’AI incide direttamente sulla produttività individuale. Può far risparmiare tempo, migliorare la qualità del lavoro, ampliare le competenze. Rifiutarla per principio non è prudenza: è autoesclusione.
Una questione culturale, prima ancora che tecnologica
Il problema, in fondo, non è tecnico. È culturale. Serve alfabetizzazione digitale diffusa, formazione continua, capacità di analisi critica. Non bisogna diventare esperti di machine learning, ma imparare a usare consapevolmente strumenti che stanno già cambiando il mercato. L’intelligenza artificiale non è una scorciatoia magica, né una minaccia inevitabile. È una leva. E come tutte le leve, può amplificare capacità e competenze — ma solo se viene compresa. Il vero divario nei prossimi anni non sarà tra chi lavora e chi viene sostituito dalle macchine. Sarà tra chi sceglie di evolversi insieme alla tecnologia e chi resta fermo, convinto che ignorarla sia una forma di difesa. E nel mondo del lavoro, restare fermi non è mai stata una strategia vincente.
Nota di Redazione
C’è qualcosa di profondamente ironico in chi attacca l’intelligenza artificiale con fervore quasi morale, salvo poi farsi aiutare dal navigatore per trovare un ristorante o affidarsi all’algoritmo dei social per informarsi. L’AI diventa improvvisamente “pericolosa” solo quando il collega la usa per lavorare meglio, consegnare prima e con maggiore precisione. È il paradosso del luddista digitale selettivo: la tecnologia va benissimo, purché non migliori le performance di qualcun altro. Così si critica chi utilizza strumenti avanzati definendolo “furbo” o “scorretto”, quando in realtà è semplicemente aggiornato.
In fondo, è più comodo screditare lo strumento che ammettere di non aver voglia di imparare a usarlo. L’AI diventa allora l’alibi perfetto: non è il gap di competenze il problema, è “la moda del momento”. Peccato che, mentre qualcuno protesta, qualcun altro si forma. E nel mondo del lavoro, di solito, la differenza si vede.
di Redazione AltovicentinOnline
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