Ormai nella Lega non si fa neppure più finta di niente. Volano schiaffi,  simbolici, ma non troppo,  tra Luca Zaia e Roberto Vannacci, due figure che condividono l’autostima e un consistente bottino di voti, ma poco altro. Stanno nello stesso partito quasi per errore, e per Matteo Salvini, che a turno deve ringraziare l’uno o l’altro per avergli evitato il tracollo elettorale, diventa ogni giorno più complicato tenere insieme i pezzi. Lo racconta la Repubblica.

Il casus belli è politico e identitario. Sul Foglio è comparso un manifesto firmato dall’ex presidente del Veneto che suona come una dichiarazione di distanza dal sovranismo salviniano e, ancor più, dalla sua declinazione più estrema incarnata dall’ex generale. Zaia parla di una destra “liberale e non liberticida”, del rispetto delle identità e dell’integrazione come “governo della complessità”: una visione agli antipodi rispetto alla Lega remigrazionista che evoca deportazioni, invasioni islamiche e fantasmi di sharia, temi cari a Vannacci e alla vicesegretaria Silvia Sardone.

In realtà, osserva la Repubblica, nel pensiero di Zaia non c’è nulla di nuovo. La differenza è che oggi l’ex Doge, conclusa l’esperienza alla guida del Veneto, ha margini di manovra politica molto più ampi. Attorno al suo nome si sta aggregando quella parte di partito che non ha mai digerito la svolta nazionalista di Salvini e ancor meno la radicalizzazione successiva, culminata con la promozione lampo di Vannacci a vicesegretario leghista.

Le distanze emergono anche sulla politica internazionale. Sul caso Venezuela, mentre Salvini ha collocato la Lega su posizioni critiche rispetto al golpe di Donald Trump, Zaia ha parlato al Gazzettino di un’“operazione puntuale e chirurgica”, “nell’interesse dei cittadini”.

La replica di Vannacci è arrivata via Ansa: «Il manifesto l’ho letto in maniera molto ma molto superficiale. Zaia non è il mio benchmark, non è il mio riferimento». Una frase che ricalca, con velenosa simmetria, le parole usate dallo stesso Zaia dopo il record di 203 mila preferenze alle regionali — più di quelle raccolte da Vannacci alle europee in Veneto,  quando disse che «Vannacci non è il mio benchmark».

Dietro gli screzi personali, scrive la Repubblica, c’è una battaglia ben più profonda: la definizione dell’identità futura della Lega. Zaia immagina un ritorno alle origini, con il Nord e l’autonomia al centro, e un possibile ruolo di riferimento per l’area settentrionale del partito. Vannacci, invece, resta sospeso tra due strade: quella più comoda della permanenza nel Carroccio ,  “poltrona assicurata”, lo irridono gli ex camerati — e quella dell’uscita per costruire una sorta di AfD all’italiana, un contenitore identitario tra trumpismo radicale e suggestioni filorusse.

Un segnale in questa direzione arriverà il 9 gennaio, in provincia di Brescia, con la cena e il tesseramento dell’associazione politico-culturale “Nord per Vannacci”, alla presenza dello stesso vicesegretario. Un progetto parallelo, e potenzialmente alternativo, che rende sempre più evidente come nella Lega la resa dei conti non sia più rinviabile.

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