Perché la percezione non nasce dal nulla e perché i dati non bastano, se non vengono spiegati e governati.
A Thiene la sicurezza non è più solo un tema amministrativo: è un termometro sociale. Da una parte l’invito del sindaco a “non fare clamore”, dall’altra una città che chiede più presenza sul territorio. Il punto non è il lessico: è la somma di fatti ripetuti e di risposte percepite come adeguate.
E i fatti, negli ultimi mesi, non si sono presentati come semplici “bravate”: risse tra ragazzi e scontri in luoghi di passaggio, soprattutto nell’area delle corriere, hanno toccato la routine di studenti, pendolari e genitori. A questo si aggiungono aggressioni con armi improprie e accoltellamenti tra giovani: qui la discussione smette di essere sociologia da bar e diventa paura concreta di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Nel concreto, la linea rassicurante del “non drammatizziamo” è comprensibile, ma non è neutra: se l’energia politica viene spesa soprattutto per abbassare i toni, il rischio è che la città legga un’altra cosa, e cioè che si voglia abbassare il problema. E quando succede, la fiducia si sfilaccia: prima nei commenti, poi nelle segnalazioni, infine nelle denunce.
I numeri (quelli disponibili) su Thiene
Alla vigilia del corteo sulla sicurezza di sabato 24 gennaio 2026, il sindaco Gianantonio Michelusi ha richiamato dati indicati come “ufficiali della Prefettura” per sostenere che non ci sia un’emergenza. I valori citati sono:
- Furti: 86 (2024) → 89 (2025)
- Reati di spaccio: 8 (2024) → 7 (2025)
- Rapine: 20 (2024) → 6 (2025)
Presi così, i numeri suggeriscono un quadro formalmente stabile sui furti, un lieve calo sullo spaccio e un miglioramento netto sulle rapine. Ma la domanda non è “quanti”, bensì “che cosa resta fuori”. Perché la statistica registra ciò che entra nel circuito della denuncia. E, su alcuni reati predatori, una parte dei fatti non entra più.
Il “numero oscuro”: quando il reato non diventa denuncia
Istat ricorda che l’indagine sulla sicurezza consente di stimare “il gran numero di reati non denunciati” e mostra che la propensione alla denuncia varia molto per tipo di reato (non tutto arriva allo sportello, e non tutto arriva con la stessa frequenza).
E, soprattutto, mette nero su bianco che tra i motivi della mancata denuncia esistono paura di rappresaglie e precedenti esperienze negative (sfiducia maturata sul campo, non nei commenti social).
Tradotto: se un cittadino pensa che “tanto non succede nulla” o teme conseguenze, tende a rinunciare. È un effetto che pesa proprio sui reati predatori “minori” (furti con danno contenuto, danneggiamenti, episodi ripetuti) che, a forza di accumularsi, diventano clima ma non sempre diventano numeri.
E qui l’ironia è quasi obbligatoria: si pretende che la città “si fidi dei numeri”, ma poi si ignora che la fiducia è la condizione perché quei numeri esistano. Se la fiducia cala, cala anche la denuncia. E allora il report rassicura, ma la strada no.
Due cortei e un metro: i disagi a geometria variabile
Qui entra in scena un dettaglio che, a Thiene, molti hanno notato.
In poche settimane Thiene si è trovata a gestire due manifestazioni in centro. Sabato 10 gennaio 2026 si è svolto un corteo pro-Palestina: la cronaca riferisce un’ordinanza con rimozione di plateatici e arredi dalle 14 alle 19 in aree del centro. Alla vigilia, però, il registro pubblico del sindaco era soprattutto politico-istituzionale.
Ora, alla vigilia del corteo sulla sicurezza di sabato 24 gennaio, il sindaco punta invece su plateatici rimossi, forze dell’ordine “a spese della collettività” e impatto su un pomeriggio commerciale in piena stagione di saldi.
È qui che scatta la domanda che in città si sente ripetere, con più sarcasmo che cattiveria: il plateatico è un arredo urbano o un indicatore politico? Perché se l’effetto pratico è simile, il giudizio pubblico non può cambiare a seconda del tema del corteo.
La “teoria” scricchiola quando la vita cambia abitudini
In questo contesto, quando l’energia pubblica viene spesa soprattutto per contenere l’allarme, il messaggio che rischia di passare è che si stia provando a contenere il problema abbassando la voce. E quando l’azione appare più concentrata sulla reputazione della città che sul suo vissuto quotidiano, molti leggono un rovesciamento di priorità.
Le persone non misurano la qualità del dibattito: misurano se devono cambiare abitudini. Se si evita una strada, se si rientra prima, se si accompagna un figlio “per prudenza”, la diagnosi è già scritta: la sicurezza reale non viene percepita come sufficiente. E, piaccia o no, di quella distanza tra vita e rassicurazioni qualcuno deve rispondere istituzionalmente.
Cosa serve davvero: presidio, prevenzione e rendicontazione
Al netto delle polemiche, la richiesta dei cittadini è elementare: più presidio negli orari critici e nei luoghi sensibili, interventi strutturali su spazi “grigi”, prevenzione sul disagio giovanile prima che diventi violenza, deterrenza quando serve, e una comunicazione che non sia solo rassicurazione o allarme, ma rendicontazione.
Rendicontazione significa dire con chiarezza: quante pattuglie, dove, quando, con quali esiti; quali interventi nei punti critici; quali criticità restano aperte. Perché la domanda finale non è ideologica: posso prendere l’autobus, camminare in centro, far tornare mio figlio senza cambiare strada “per prudenza”? Se la risposta non è un sì netto, nessuna teoria sul clamore regge: il clamore non è la causa. È il sintomo.
«Il buon senso v’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.» (cit.)
N.B.
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