a cura di Angelo Grego
Pensa a un divano.
Un divano normalissimo, magari di pelle chiara, in una stanza immensa, col mare fuori, o il deserto, o una di quelle città americane che non finiscono mai. Su quel divano c’è un uomo. Magari in maniche di camicia. Beve un sorso d’acqua, si stropiccia gli occhi, prende in mano una specie di telecomando. Non è per cambiare canale. O meglio, sì: ma il televisore è il mondo.
Quell’uomo schiaccia un tasto. Un’inezia, un movimento impercettibile del pollice. E in quell’esatto istante, a diecimila chilometri di distanza, nel fango di una trincea in Ucraina, uno schermo si spegne. Un drone cade. Un missile non sa più dove andare. Un esercito diventa improvvisamente cieco.
Potevi pensare che era fantascienza. Potevi liquidarla così, ed era facile. Ma non è fantascienza. È la vita, che fa la sua strada e non è mica la strada che ti avevano promesso a scuola.
A noi avevano raccontato un’altra storia. Ci avevano detto che, piano piano, a furia di guerre, rivoluzioni e carte bollate, il mondo andava verso la luce. La democrazia. La sovranità. La partecipazione. C’era stato il 1789, a Parigi, c’erano state le teste tagliate ai re, perché nessuno potesse più dire: “Lo Stato sono io”. Ci eravamo messi a tavolino, padri costituenti con gli occhiali spessi e il cappotto liso, a scrivere regole perfette. *La sovranità appartiene al popolo*, avevamo scritto nel primo articolo della nostra Costituzione. Appartiene a noi. A te che leggi, a me, all’operaio, al maestro.
E per evitare che qualcuno si prendesse tutto il tavolo, avevamo inventato il diritto. Roba fine. La separazione dei poteri. Chi fa le leggi non le esegue, chi le esegue non giudica. Un capolavoro di architettura, una geometria esatta per ingabbiare la belva del potere assoluto.
Poi, però, succede che ti distrai un attimo. Guardi in basso, verso lo schermo del tuo telefono. E mentre tu guardi in basso, qualcuno si compra il cielo.
Si chiama Elon Musk. O Mark Zuckerberg. O Larry Page. I nomi cambiano, ma la chiglia della storia è la stessa. Loro non hanno fatto colpi di stato. Non hanno carri armati. Hanno semplicemente steso una rete invisibile di satelliti, algoritmi e cavi sottomarini, e ci hanno avvolto il mondo.
Non è più il potere economico delle vecchie multinazionali, quelle che facevano le scarpe o estraevano il petrolio e poi andavano a corrompere i governi. Quella era roba da artigiani. Questo è diverso. Questa è la privatizzazione del destino umano.
È geniale, se ci pensi. Diabolico e geniale. Tu, Stato sovrano, hai l’esercito. Ma io, cittadino privato, possiedo l’interruttore delle comunicazioni. Se lo spengo, tu sei sordo e muto. Un privato, comodamente seduto sul suo divano, ha il potere di vita e di morte su una nazione. Se domattina decidesse, per un capriccio, per una noia improvvisa, che l’Italia non deve più connettersi, noi spariremmo. Niente treni, niente ospedali, niente banche, niente rifornimenti. Il buio. Decidiamo le sorti di guerre, fame, povertà e ricchezza, non nelle aule solenni dell’Onu, ma nei consigli di amministrazione ristretti, dove siedono tre o quattro persone in felpa e sneakers.
Il diritto, di fronte a questo, balbetta. I nostri codici, pensati per regolare i confini di terra, i contratti d’affitto e i furti di biciclette, si fermano dove inizia l’algoritmo. La legge è pesante, lenta, ha bisogno di confini fisici. Ma la rete non ha confini. E così, l’articolo 1 della Costituzione diventa, impercettibilmente, una reliquia. Un bellissimo quadro antico appeso in una stanza dove non entra più nessuno. I cittadini, senza neanche accorgersene, si sono svegliati sudditi.
E qui salta tutto. Perché quando la legge non riesce più a darti un confine, devi andare a cercare altrove. Devi andare a cercare nella morale. Nella religione.
Nella Bibbia c’è una storia antichissima, la Torre di Babele. Gli uomini si misero insieme e dissero: costruiamo una torre che arrivi fino al cielo, facciamoci un nome. Volevano la tecnologia per sostituirsi a Dio. E Dio scese e confuse le loro lingue.
Oggi i nuovi faraoni stanno costruendo la stessa torre. Si chiama Intelligenza Artificiale. Vogliono creare la mente suprema, quella che deciderà come plasmare la società, come risolvere i conflitti, chi ha torto e chi ha ragione, chi deve votare cosa. Vogliono essere loro a tradurre e organizzare tutte le lingue del mondo, per controllarle.
C’è un peccato immenso, in tutto questo, che la Dottrina Sociale della Chiesa chiama idolatria. Noi ci siamo prostrati davanti all’idolo della connessione veloce, della comodità, e in cambio gli abbiamo consegnato il nostro libero arbitrio.
La religione cattolica poggia su un pilastro vertiginoso: la destinazione universale dei beni. Significa che il mondo – la terra, l’acqua, ma anche l’etere, lo spazio, la capacità di comunicare – è stato dato da Dio a tutta l’umanità. A tutti. Non è una torta che puoi tagliare e portarti a casa solo perché sei stato il primo a inventare il coltello giusto.
Quando un uomo solo trattiene per sé il potere di decidere se un popolo può difendersi o deve morire, quell’uomo sta rubando. Anche se i contratti sono legali, anche se la borsa di Wall Street applaude, lui sta rubando agli uomini la loro dignità di creature libere. Sta giocando a fare il Creatore, ma senza la misericordia del Creatore.
Il faraone d’Egitto teneva in catene gli ebrei costringendoli a fare mattoni nel fango. I faraoni di oggi ci tengono in catene accarezzandoci, offrendoci bacheche dove mostrare le nostre vanità, mentre dietro le quinte muovono i fili dei nostri pensieri. Vogliono un mondo di burattini, perché i burattini sono esatti, prevedibili, non si ribellano, non creano disordine.
Eppure.
Eppure, la chiglia della nostra umanità è strana, e prima o poi manda una vibrazione sorda da sott’acqua.
Perché loro avranno anche l’Intelligenza Artificiale, e i satelliti, e tutti i miliardi del mondo. Ma l’uomo è quel granello di sabbia che fa saltare la perfezione. L’uomo è un’anomalia. Ha un’anima, un soffio che nessun algoritmo sa calcolare.
Maria, una ragazzina di Nazareth, cantava nel Magnificat: *”Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili”*. Non è una favoletta per consolare i poveri. È l’esatta, inesorabile legge della storia. I faraoni passano. Le loro torri perfette, prima o poi, si sbriciolano, perché non c’è nessuna macchina che possa contenere la disordinata, infinita, struggente fame di libertà che Dio ha nascosto nel cuore degli uomini.
Loro credono di avere il telecomando del mondo. Ma il mondo, quello vero, quello fatto di sguardi, di dolore, di preghiere sussurrate di notte e di desideri che ti salvano la vita, quello non si spegne con un clic. Quello continua a respirare, nel buio, immenso e silenzioso, in attesa del mattino.
Angelo Grego
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