a cura dell’avvocato angelo Grego
Nessuna legge dice di onorare i maestri. Ma c’è qualcosa che le somiglia e che negli ultimi anni il legislatore ha dovuto rafforzare.
Il docente, nelle aule, è un pubblico ufficiale. Lo dice la giurisprudenza da decenni, in base all’art. 357 del Codice penale.
Chi lo insulta mentre fa lezione risponde di oltraggio, art. 341-bis.
Nel 2018, in un istituto tecnico di Lucca, alcuni studenti filmarono se stessi mentre circondavano un professore e gli dicevano, con il telefono in mano, di mettere sei a uno di loro. Il video fece il giro del Paese. I ragazzi furono sospesi, e qualcuno perse l’anno.
Da allora i casi non sono diminuiti: padri che entrano a scuola per prendere a schiaffi il professore della figlia, madri che organizzano la chat di classe come un tribunale permanente contro la maestra.
Nel marzo 2024 è arrivata una legge, la n. 25, che aggiunge al Codice penale un’aggravante per chi usa violenza o minaccia contro il personale scolastico, raddoppia quasi la pena se a farlo è un genitore, e istituisce una giornata nazionale, il 15 dicembre, «di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti del personale scolastico».
Una giornata nazionale per ricordare di non picchiare i maestri. Siamo arrivati a questo.
Nello stesso anno, con la legge n. 150 del 2024, è tornato a contare il voto in condotta: con il cinque si è bocciati, con il sei si rimanda a settembre con un compito di educazione civica. Per decenni era stato un numero scritto per abitudine. Adesso è di nuovo un giudizio sul rispetto. La scuola, che è il primo luogo in cui si impara che esiste un’autorità che non è tua madre, ha dovuto rimettere la parola rispetto in una norma, perché nelle case non si trovava più.
La confusione dei giovani di oggi è figlia della latitanza degli educatori, maestri mancati che son cascati con tutte le scarpe dentro la tentazione di occuparsi di se stessi. Abbiamo padri che si sono concessi il diritto di non essere tali e di continuare a fare i giovani gaudenti quando dovevano essere dei punti fermi per i figli; abbiamo madri che non hanno messo confini al proprio territorio (F. Rosini, “L’arte della buona battaglia”).
La frattura fra le generazioni non l’hanno aperta i figli. L’hanno aperta i padri che non volevano fare i padri.
Ricordiamolo anche se non ci sarebbe bisogno in una civiltà evoluta. I genitori devono educare, dare l’esempio, non trattare i figli come una proprietà. Un padre che non ha mai detto no, una madre che ha fatto i compiti al posto del figlio fino alla maturità, non hanno dato peso a nessuno. Hanno solo evitato il peso.
E la frattura si vede anche in tribunale, dalla parte opposta. Ci sono genitori che a settant’anni mantengono ancora figli di quaranta. La Cassazione, nel 2020, ha detto una cosa che i padri aspettavano da tempo: il figlio adulto che non lavora deve dimostrare di aver cercato un lavoro, e se non lo fa, il mantenimento finisce.
Onorare il padre, qui, vuol dire anche smettere di vivere sulle sue spalle. E ci sono i nonni, che in questo Paese sono il più grande servizio di welfare mai esistito, non pagato e non scritto in nessuna legge: prendono i nipoti a scuola, li tengono fino alle sette, li portano a nuoto, e poi, quando non ce la fanno più, scoprono che la porta la guardano loro.
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