Solo quattro università italiane rientrano tra le prime cento in Europa e la migliore del Paese si ferma al 45° posto. Un dato che, secondo il professor Andrea Crisanti, fotografa una crisi strutturale del sistema universitario italiano e impone una riflessione profonda sulle sue cause.
A certificarlo è il QS Ranking Europe 2026, che vede il Politecnico di Milano come unico ateneo italiano nella top 50 europea. Seguono l’Università di Bologna, al 59° posto, la Sapienza di Roma, 77ª, e l’Università di Padova, 92ª. Un risultato che, per Crisanti, non può essere liquidato come una semplice fluttuazione statistica, ma rappresenta piuttosto il sintomo di un problema radicato.
Il professor Andrea Crisanti non è una voce qualunque nel dibattito pubblico italiano. È un microbiologo di fama internazionale, docente ordinario di microbiologia all’Università di Padova e professore di molecular parasitology all’Imperial College London (attualmente in aspettativa), con una carriera di rilievo nella ricerca scientifica internazionale.
La sua reputazione scientifica è consolidata da decenni di studi e pubblicazioni su riviste internazionali di alto impatto, nonché da contributi pionieristici nel campo della biologia molecolare dei vettori della malaria e dell’impiego di tecnologie genetiche avanzate per il controllo delle malattie trasmesse da zanzare.
Crisanti è anche noto al grande pubblico per il ruolo avuto durante la pandemia di COVID-19 in Italia, con studi importanti condotti sul focolaio di Vo’ Euganeo, che hanno contribuito a comprendere il ruolo degli asintomatici nella diffusione del virus e a orientare misure di contenimento.
Oltre alla sua attività scientifica, negli ultimi anni Crisanti è stato voce critica su temi di trasparenza e merito nel sistema universitario italiano, denunciando in varie sedi – comprese interviste, interventi pubblici e un discorso al Parlamento – l’esistenza di concorsi accademici poco trasparenti e spesso “pilotati”, che ostacolano l’ingresso e la carriera dei talenti.
Secondo Crisanti, infatti, le università «sono fatte di persone» e i ranking internazionali finiscono per riflettere la qualità dei processi con cui queste persone vengono selezionate e valorizzate. È qui che si annida, a suo avviso, il vero nodo irrisolto: «In Italia abbiamo un enorme problema di selezione del personale», ripete da tempo.
Il riferimento è alle procedure concorsuali, spesso accusate di scarsa trasparenza e di essere influenzate da logiche di appartenenza più che da criteri oggettivi di merito. Un sistema che, secondo il docente, tende a premiare il “servilismo” piuttosto che la competenza scientifica e didattica, con effetti negativi sulla qualità della ricerca, sull’attrattività internazionale e sulla capacità di innovazione delle università.
Per invertire la rotta, Crisanti invoca un cambiamento radicale. «Per rendere il nostro sistema universitario realmente competitivo, è più necessaria che mai un’inversione di rotta a 360 gradi», sottolinea, indicando come priorità una revisione profonda delle modalità di reclutamento e una maggiore trasparenza nelle procedure. Solo così, sostiene, sarà possibile costruire un’università capace di riconoscere e trattenere il talento, anziché respingerlo o costringerlo a cercare opportunità all’estero.
Il confronto con il resto d’Europa appare impietoso. Paesi con sistemi di valutazione più rigorosi e meccanismi di carriera più aperti riescono a collocare numerosi atenei ai vertici delle classifiche internazionali, rafforzando un circolo virtuoso tra ricerca, finanziamenti e reputazione globale. L’Italia, al contrario, sembra rimanere intrappolata in un modello che fatica a rinnovarsi.
Le parole di Crisanti riaprono così un dibattito antico ma mai risolto: quello sul merito nell’università italiana. Un tema che va oltre i ranking e tocca il futuro stesso della formazione superiore nel Paese. Perché, come suggeriscono questi numeri, senza una riforma credibile dei meccanismi di selezione e valorizzazione del personale, anche le eccellenze rischiano di restare isolate, e l’Italia di continuare a perdere terreno nel panorama accademico europeo.
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