Una lettera indirizzata alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro per gli Affari regionali e le Autonomie Roberto Calderoli, con destinatari per conoscenza gli assessori regionali del Veneto Marco Zecchinato e Dario Bond e l’UNCEM, per scongiurare la perdita della qualifica di “comune montano” per alcuni enti locali dell’Alto Vicentino. È l’iniziativa assunta dai sindaci dell’Unione Montana Pasubio Piccole Dolomiti, preoccupati dagli effetti di un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri attualmente in discussione, che ridefinisce i criteri per stabilire quali comuni possano essere considerati montani.
Il nuovo impianto normativo introduce parametri esclusivamente geometrici: almeno il 25% della superficie comunale sopra i 600 metri di altitudine e almeno il 30% del territorio con pendenza non inferiore al 20%. Criteri che, secondo le proiezioni, escluderebbero Monte di Malo, Piovene Rocchette e Santorso, pur trattandosi di comuni storicamente inseriti in un contesto montano e parte integrante dell’Unione.
La notizia ha suscitato forte delusione tra gli amministratori locali, impegnati quotidianamente non solo nella gestione dei bilanci e dei servizi essenziali, ma anche in una visione sovracomunale del territorio, che richiede interventi coordinati e una programmazione condivisa. Proprio questa impostazione, sottolineano i sindaci, rischia di essere compromessa da una revisione che non tiene conto della complessità ambientale, socio-economica e amministrativa delle aree interessate.
Secondo l’Unione Pasubio Piccole Dolomiti, i nuovi criteri ignorano fenomeni tipici delle aree montane come lo spopolamento, il dissesto idrogeologico e la necessità di una gestione integrata delle risorse forestali e idriche. Paradossalmente, molte frane si concentrano proprio nella fascia pedemontana, spesso caratterizzata da forti pendenze, che verrebbe esclusa dalla nuova classificazione.
Le conseguenze non sarebbero solo simboliche. L’eventuale perdita dello status di comune montano comporterebbe una drastica riduzione, se non l’azzeramento, dei trasferimenti del Fondo per lo Sviluppo delle Montagne Italiane (FOSMIT), con ricadute dirette sui servizi ai cittadini e sugli interventi di prevenzione del dissesto. Inoltre, la creazione di una mappa “a macchia di leopardo” rischierebbe di rendere inefficiente la gestione dei servizi sovracomunali e di mettere in crisi la stessa sopravvivenza di alcune Unioni Montane.
A sostegno dei sindaci si sono schierate anche la Regione del Veneto e l’Amministrazione provinciale di Vicenza, appoggiando la proposta dell’Unione che prevede criteri più flessibili, soglie di tolleranza e indici correttivi capaci di valorizzare aspetti fisici, ambientali e insediativi dei territori.
Un ulteriore elemento di criticità riguarda il metodo: secondo quanto riferito durante videoconferenze tenutesi il 24 e 29 dicembre 2025, il gruppo di lavoro ministeriale incaricato di definire i nuovi parametri non avrebbe coinvolto l’UNCEM, soggetto che per competenze e rappresentatività avrebbe potuto offrire un contributo qualificato.
«L’attrattività di un’area si misura anche dai servizi che riesce a garantire, come le scuole dell’infanzia, fondamentali per trattenere le famiglie», sottolinea Mosè Squarzon, presidente dell’Unione e sindaco di Monte di Malo, uno dei comuni a rischio. «Non si può denunciare lo spopolamento della montagna e allo stesso tempo approvare norme che lo favoriscono. Temiamo che questa riforma, nata per incidere sui fondi, possa avere effetti negativi anche su deroghe e servizi oggi garantiti ai territori montani».
In Italia i comuni classificati come montani sono attualmente circa 4.000. Se il DPCM venisse approvato nella sua forma attuale, ne verrebbero esclusi circa 1.200: 38 in Veneto e 15 nella sola provincia di Vicenza. Numeri che spiegano perché la battaglia dei sindaci non riguarda solo tre comuni, ma un intero modello di gestione e tutela delle aree montane.
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