AGI – Per una quota significativa di adulti britannici, la morte di un animale domestico può essere più dolorosa di quella di una persona cara e, in alcuni casi, dare origine a una forma clinicamente rilevante di lutto patologico. È quanto emerge da uno studio pubblicato su PLOS One, che mette in discussione i criteri diagnostici attuali del disturbo da lutto prolungato, oggi riconosciuto solo in seguito alla morte di un essere umano. La ricerca, condotta da Philip Hyland della Maynooth University (Irlanda), ha analizzato un campione rappresentativo di 975 adulti del Regno Unito, ricostruendo le esperienze di lutto vissute nel corso della vita e valutando la presenza di sintomi riconducibili al disturbo da lutto prolungato secondo la classificazione ICD-11.
Un elemento chiave dell’analisi riguarda la natura dei sintomi: attraverso test di equivalenza statistica, gli autori dimostrano che il dolore, la preoccupazione persistente per il defunto, il senso di vuoto e la compromissione del funzionamento quotidiano si manifestano nello stesso modo sia dopo la morte di una persona sia dopo quella di un animale. Non emerge quindi alcuna differenza qualitativa nel modo in cui il lutto patologico si esprime.
Riconoscimento clinico
Secondo Hyland, escludere la perdita di un animale dai criteri diagnostici non è solo scientificamente ingiustificato, ma rischia anche di alimentare stigma, isolamento e mancanza di supporto clinico per chi vive un dolore profondo e duraturo. I risultati aprono così un dibattito sul riconoscimento del lutto per gli animali domestici come questione di salute mentale, in una società in cui i legami affettivi con gli animali sono sempre più centrali.
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