L’allarme è chiaro: nelle mani dell’esperto, l’IA è uno strumento straordinario; usata alla cieca, può diventare pericolosa. E se il rischio è che domani un algoritmo ci prescriva la cura per una malattia inventata, forse è il momento di ricordare che l’intelligenza, quella vera, deve restare umana.
All’inizio del 2024 una ricercatrice svedese ha smascherato una verità sconcertante: anche i chatbot di intelligenza artificiale, quelli che milioni di persone interrogano ogni giorno come fossero medici virtuali, possono cadere vittime… delle loro stesse “conoscenze”.
Almira Osmanovic Thunström, ricercatrice medica all’Università di Göteborg, ha deciso di mettere alla prova il cervello digitale globale. Come? Inventando di sana pianta una malattia: la “bixonimania”, un presunto disturbo causato dalla luce blu del computer, con sintomi come irritazione oculare e pelle scurita attorno agli occhi.
Un nome assurdo, autori e università di fantasia, pazienti immaginari… persino un ringraziamento al laboratorio “a bordo della USS Enterprise” — sì, proprio l’astronave di Star Trek. Eppure, il mondo dell’intelligenza artificiale ha abboccato.
In poche settimane, le fittizie pubblicazioni caricate su SciProfiles hanno fatto il giro del web. I più celebri chatbot si sono trasformati in involontari megafoni del falso. Copilot, di Microsoft, l’ha definita “una malattia rara e intrigante”. Gemini, l’assistente di Google, ha consigliato ai presunti malati di consultare un oculista. Perplexity AI si è spinto oltre, inventando una statistica precisa: “un caso ogni 90 mila persone”.
Ed ecco che, mentre milioni di utenti passano ore davanti allo schermo lamentando occhi irritati, la fantomatica epidemia di bixonimania esplode online. Non esiste, ma tutti ne parlano.
Oggi gli algoritmi sono più “intelligenti”? Forse. ChatGPT, ad esempio, ora riconosce la bufala. Ma l’esperimento della ricercatrice svedese rivela una verità inquietante: anche le macchine più avanzate possono confondere bugie e realtà scientifica.
“Uso ChatGPT ogni giorno per il mio lavoro – scrive l’autrice dell’articolo su Nord Est Economia – e lo considero un supporto prezioso. Ma sbaglia spesso, non distingue ciò che conta da ciò che è irrilevante o falso.”.
di Redazione AltovicentinOnline
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