Infanzia connessa, sviluppo a rischio: i danni del cellulare sui bambini tra dipendenza, deficit cognitivi e fragilità emotiva
L’allarme lanciato da Umberto Galimberti sull’uso precoce dello smartphone non è un grido isolato, ma si inserisce in un coro sempre più ampio di studiosi, pedagogisti e neuroscienziati che da anni mettono in guardia sugli effetti della tecnologia digitale sullo sviluppo dei bambini. Secondo il filosofo, consegnare un cellulare a un bambino di 4 o 5 anni non è un gesto neutro: significa modificare radicalmente le modalità di socializzazione, di apprendimento e di gestione delle emozioni, con conseguenze che possono protrarsi per tutta la vita.
Smartphone come “ambiente”, non come strumento
Galimberti sottolinea un punto cruciale: il cellulare non è più solo una tecnologia, ma un vero e proprio ambiente psicologico e sociale. Oggi, non avere uno smartphone equivale spesso a essere esclusi dal gruppo dei pari. Questo vale già nell’infanzia, quando il bisogno di appartenenza è fortissimo. Il risultato è che i bambini crescono immersi in una dimensione digitale che anticipa i tempi dello sviluppo emotivo, senza che vi siano gli anticorpi cognitivi per gestirla.
Su questo aspetto concordano anche numerosi studi internazionali. L’American Academy of Pediatrics, ad esempio, raccomanda di evitare l’uso di schermi prima dei 2 anni e di limitarlo fortemente in età prescolare, proprio perché l’esposizione precoce interferisce con lo sviluppo del linguaggio, dell’attenzione e delle competenze sociali.
Uno dei passaggi più duri dell’analisi di Galimberti riguarda la dipendenza emotiva generata dallo smartphone. L’ansia dell’attesa di una risposta, l’ossessione per le notifiche, il bisogno continuo di conferme producono – secondo il filosofo – una regressione allo stadio infantile. È una dinamica che molti psicologi dell’età evolutiva confermano: bambini e adolescenti faticano sempre più a tollerare la frustrazione, l’assenza, il silenzio.
La neuropsichiatra infantile Manfred Spitzer, autore del saggio Demenza digitale, parla apertamente di “allenamento alla dipendenza”: il cervello giovane, ancora plastico, si abitua a stimoli rapidi e gratificazioni immediate, perdendo progressivamente la capacità di concentrazione prolungata e di autoregolazione emotiva.
Lettura in crisi e impoverimento cognitivo
Un altro nodo centrale è il declino della lettura. Galimberti insiste sul fatto che leggere non è un’attività passiva, ma un esercizio cognitivo complesso: richiede di trasformare simboli astratti in immagini mentali, di costruire significati, di immaginare mondi. L’uso massiccio di contenuti visivi e video riduce drasticamente questo sforzo.
I dati confermano la tendenza: secondo le rilevazioni OCSE-PISA, la comprensione dei testi scritti tra gli adolescenti è in calo in molti Paesi occidentali, Italia compresa. Sempre più insegnanti segnalano difficoltà diffuse nel leggere testi medio-lunghi, nel seguire un ragionamento articolato, nel mantenere l’attenzione. Non si tratta solo di rendimento scolastico, ma di un impoverimento delle funzioni cognitive di base.
L’accesso continuo a immagini, video e simulazioni crea nei bambini una conoscenza “senza esperienza”. Come osserva Galimberti, si può esplorare l’oceano o visitare Pechino restando sul divano. Il rischio è una derealizzazione progressiva: il mondo viene conosciuto attraverso lo schermo, non attraverso il corpo, i sensi, l’errore, la fatica.
Pedagogisti come Daniele Novara parlano di “infanzia seduta”, privata del gioco libero, del movimento, della noia creativa. Tutti elementi fondamentali per lo sviluppo dell’intelligenza e dell’autonomia.
Quale responsabilità per gli adulti
Il punto forse più scomodo dell’intervento di Galimberti riguarda gli adulti. Genitori e istituzioni hanno spesso delegato allo smartphone una funzione educativa e calmante: il cellulare come babysitter, come premio, come anestetico del disagio. Ma questa delega ha un costo altissimo.
Sempre più scuole stanno introducendo limitazioni all’uso dei cellulari, riconoscendo che l’educazione digitale non può coincidere con l’accesso illimitato alla tecnologia. Il problema non è demonizzare il mezzo, ma restituirgli una misura, un tempo, un contesto.
I danni del cellulare sui bambini non sono solo sanitari o scolastici: sono culturali. In gioco c’è la capacità delle future generazioni di pensare in modo critico, di leggere la complessità, di reggere la frustrazione e l’attesa. L’allarme di Galimberti, al netto delle sue provocazioni, invita a una riflessione urgente: se l’infanzia viene colonizzata dalla tecnica, il prezzo da pagare sarà una società più fragile, dipendente e meno capace di immaginare il futuro.
La domanda, oggi, non è se i bambini debbano usare la tecnologia, ma quando, come e sotto la responsabilità di chi. Ignorare il problema significa continuare a confondere il progresso con la connessione permanente, dimenticando che crescere richiede tempo, silenzio e, soprattutto, relazioni reali.
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