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Il grido d’allarme: “Sostenere i negozi di vicinato, rischio desertificazione”

In confronto al 2019, a fine 2023 si conteranno oltre 52mila imprese del commercio in meno, per un declino complessivo del -7%”.

Incide la perdita di potere di acquisto degli italiani, “un vero e proprio crollo, che pesa sul tessuto dei negozi di vicinato più della concorrenza dell’online”. Con la tendenza attuale, la stima per i prossimi sette anni, da qui al 2030 , è di una contrazione di circa 73 mila (-11% sul totale), “ad un ritmo di 18 negozi spariti al giorno”.

“Gli acquisti nei negozi fisici sono ancora i preferiti dagli italiani, anche fra i giovani, ma pesa la frenata della capacità di acquisto: -14,7 miliardi in due anni, -540 euro a famiglia”, avverte Confesercenti presentando uno studio con Ipsos. La perdita di potere d’acquisto è stata di 11,8 miliardi nel 2022 e si stima un calo per altri 2,9 miliardi quest’anno. A difendere negozi e livello dei consumi non è bastato un forte ricorso al risparmio: “Nel 2022 gli italiani hanno destinato ai consumi circa 52,9 miliardi di risparmio accumulato dalle famiglie e, senza un’inversione di tendenza, ne bruceranno altri 27 miliardi nel 2023”.

C’è “un’accelerazione del processo di desertificazione su cui incide la doppia crisi vissuta dal comparto che, dopo lo stop imposto dalla pandemia, ha visto interrompersi la ripresa a causa degli effetti di inflazione e caro-energia, che hanno eroso la capacità di spesa delle famiglie”.È l’analisi che emerge da ‘Il Commercio oggi e domani’, studio sul futuro della distribuzione commerciale condotto da Confesercenti e Ipsos e presentato oggi a Roma. Dalle risposte degli intervistati emerge anche quanto il negozio tradizionale sia ancora preferito agli acquisti online per la maggior parte delle categorie merceologiche (sei su nove) e da consumatori di tutte le età. A diminuire rispetto al 2019, in numeri assoluti, sono soprattutto i negozi di moda (-8.553 unità rispetto al 2019, con un calo del -6,3%), anche se le riduzioni percentuali più elevate vengono registrate da giornali e articoli di cartoleria (-13,5%, per 3.963 imprese in meno). In forte contrazione anche le imprese attive nella vendita di pane e torte, (-6,1%, per 679 attività in meno) e di carni (-5,7%, -1.663 imprese). Più contenuta la perdita per le librerie (-2%, o -112 imprese). “Non tutti i comparti merceologici, però, vanno male – viene indicato – . È il caso delle imprese specializzate nella vendita di frutta e verdura, che rispetto all’ultimo anno prima della pandemia crescono del 2%, per un totale di 432 imprese in più. Bene anche i negozi specializzati in Pesci, crostacei e molluschi (+107 attività, per una variazione positiva del +1,2%) e quelli della distribuzione bevande, che aumentano di 291 attività sul 2019, con una crescita del +4,5% rispetto al periodo precedente alla pandemia”. Confesercenti segnala anche quanto sia “difficile aprire una nuova attività: nel 2022 sono nate solo 22.608 nuove attività, il 20,3% in meno del 2021. “Un numero del tutto insufficiente a compensare le oltre 43mila imprese che hanno abbassato per sempre la saracinesca”. La media è “di oltre due negozi spariti ogni ora. E nel 2023 la situazione non migliora: nei primi tre mesi dell’anno le nuove aperture sono ancora il 18% inferiori a quelle registrate nello stesso periodo del 2019”. Per far fronte al rischio desertificazione Confesercenti propone misure fiscali per ridurre la pressione delle imposte sulle famiglie, come “detassare gli aumenti contrattuali per il prossimo biennio: potrebbe generare 3 miliardi di euro di consumi aggiuntivi già a partire dalla prossima tornata contrattuale”. Poi, “misure strutturali, con un pacchetto di formazione per gli imprenditori, sostegni all’innovazione; Una fiscalità di vantaggio per le piccole imprese della distribuzione con fatturato inferiore ai 400mila euro annui, e la cedolare secca per le locazioni commerciali” “Siamo convinti – viene indicato – che, con queste misure, sarebbe possibile ridurre l’erosione delle quote di mercato delle piccole superfici, recuperando 5,5 miliardi di euro di vendite, e salvando quasi 30mila attività commerciali di vicinato dalla scomparsa nei prossimi sette anni.

Lo studio, “Il commercio oggi e domani”, sul futuro della distribuzione commerciale è di Confesercenti ed Ipsos ed è stato presentato  a Roma Il calo del potere d’acquisto. Sottolinea l’erosione dei redditi reali: “La capacità di spesa raggiunta nel 2021 non sarà recuperata prima del 2027”. E evidenzia l’impatto dell’inflazione energetica: “A pesare, l’onda lunga dell’andamento al rialzo dei prezzi dell’energia e del gas, cresciuti velocemente negli ultimi due anni. Aumenti che si sono riversati sui costi di produzione, trasporto e distribuzione, portando inevitabilmente ad un incremento generalizzato dei prezzi finali di prodotti e servizi. Un’inflazione energetica da cui ancora non siamo rientrati: ad aprile, i prezzi al consumo hanno registrato un aumento dell’8,3%, mezzo punto percentuale in più rispetto a marzo. E nei primi quattro mesi del 2023, il tasso di inflazione è stato pari all’8,8%, superando la media inflazionistica dell’8,2% registrata nel 2022”. In evidenza anche l’effetto sui risparmi. “Per fronteggiare l’aumento dei prezzi, le famiglie hanno dato fondo alle proprie riserve”, ma non è stato sufficiente: “Il caro-vita svuota i carrelli. Anche se ha attutito l’impatto dell’inflazione, il sacrificio del risparmio non è però bastato a mantenere i livelli di consumo delle famiglie. Nel 2022 il volume delle vendite al dettaglio è calato del -0,8%, sintesi di un aumento del +1,9% registrato dai prodotti non alimentari e di un vero e proprio crollo del -4,2% per i beni alimentari. Una dinamica che si è aggravata nel primo trimestre del 2023: tra gennaio e marzo i volumi delle vendite alimentari sono scesi in media del -4,7%, mentre le vendite non alimentari hanno registrato una flessione del -1,6%, per un calo complessivo dei volumi del -3%”. In evidenza “il caso pasta”: le vendite “nel primo trimestre di quest’anno, hanno subito un calo del 10,7% in volume. Un declino mai visto per il prodotto simbolo per eccellenza della tradizione gastronomica italiana nel mondo, e che rischia di avere pesanti ripercussioni sulle tante eccellenze produttive del nostro Paese ad esso legate”.

“L’offline è ancora il canale preferito. Nonostante la progressiva affermazione dell’eCommerce, i negozi fisici continuano ad essere ancora il canale d’acquisto preferito per sei delle nove categorie merceologiche prese in esame”. Confesercenti lo evidenzia presentando una indagine sul futuro del commercio, realizzata con Ipsos “su mille consumatori di tutte le età, dai baby boomer alla generazione Z, per vagliare la preferenza per il canale d’acquisto”. E sottolinea: ” “Dalle risposte degli intervistati, emerge un quadro più favorevole per il retail tradizionale di quanto generalmente si ritenga”. I negozi non sono da boomer”. “L’insieme di chi ha acquistato nell’ultimo anno esclusivamente, prevalentemente o qualche volta online è maggioritario, infatti, solo nel comparto ‘viaggi e vacanze’ (dove raggiunge il 72%), elettronica e prodotti tecnologici (62%) e moda (52%). La quota di clienti che, nello stesso periodo, ha comprato solo, prevalentemente o qualche volta nei negozi fisici, invece, è maggioritaria per tutte le altre sei tipologie: articoli e abbigliamento sportivo (54%), cosmetica, profumeria e cura del corpo (58%), arredamento e complementi d’arredo (69%), cibo e bevande d’asporto (69%), prodotti per la pulizia della casa (77%) e alimentari (82%)”. Secondo l’indagine, “non sorprendentemente, i baby boomers costituiscono la fascia d’età più votata agli acquisti offline, mentre le generazioni Y e Z sono più orientate all’online. Ma mentre la preferenza per l’eCommerce è particolarmente spiccata per la generazione Y, formata dai nati tra il 1981 e il 1996, la successiva generazione Z sembra tornare a valutare positivamente l’esperienza dello shopping nei negozi fisici. I cosiddetti zoomers, infatti, pur se più online della generazione X e dei baby boomers, superano la propensione media all’acquisto in rete solo per alimentari e prodotti per la pulizia di casa, cibo e bevande d’asporto, cosmetica ed elettronica. Ma se il rischio posto dal commercio online – peraltro usato sempre di più anche nel commercio vicinato – appare dunque ridimensionato, lo stesso non si può dire per lo stato di incertezza creato dalla frenata dei consumi”. Confesercenti rileva con Ipsos che “il crollo del potere d’acquisto pesa più della concorrenza dell’online”.