Nel 2008 un litro di greggio ci costava circa 53 centesimi e il gasolio alla pompa 1,40 euro. Oggi il greggio vale 55-56 centesimi, ma il gasolio è arrivato fino a 2,34 euro. Evidentemente, tra il pozzo e il nostro serbatoio, succede qualcosa che il prezzo del petrolio da solo non racconta.

Quando aumenta il prezzo del gasolio, la spiegazione arriva puntuale: è aumentato il petrolio.

Sarà. Ma proviamo a fare due conti. E facciamoli senza perderci tra barili, dollari, quotazioni e formule da analisti finanziari. Usiamo il litro, che è l’unità di misura con cui tutti facciamo i conti quando ci fermiamo davanti a una pompa di carburante.

Nell’estate del 2008 il petrolio costava molto più di oggi se guardiamo soltanto la quotazione in dollari. Ma c’è un particolare tutt’altro che secondario: allora l’euro era eccezionalmente forte. A luglio valeva mediamente circa 1,57 dollari e arrivò addirittura a sfiorare 1,60.

Per noi europei, che il petrolio lo compriamo in dollari, faceva una bella differenza.

Fatto il cambio e trasformato il barile nei suoi circa 159 litri, nel luglio 2008 un litro di greggio ci costava circa 53 centesimi.

Oggi siamo attorno a 55–56 centesimi.

Praticamente la stessa cosa.

Solo che allora un litro di gasolio alla pompa costava circa 1,40 euro, mentre nelle scorse settimane siamo arrivati a 2,34 euro. Oggi, 1° ottobre, il prezzo medio self è sceso a circa 2,285 euro.

In diciotto anni, quindi, il greggio è aumentato per noi europei di appena 2–3 centesimi al litro. Il gasolio è arrivato a costarne 94 in più.

A questo punto spiegare quei 94 centesimi semplicemente con l’aumento del petrolio richiede almeno un certo sforzo di fantasia.

Il primo sospettato è naturalmente il fisco. E qualche responsabilità ce l’ha: circa il 48% di quello che paghiamo alla pompa se ne va in accisa e IVA.

Ma il sistema riserva anche una piccola raffinatezza fiscale che non tutti conoscono: l’IVA si applica anche sull’accisa.

Sì, proprio così. Prima lo Stato applica l’accisa e poi, sulla somma che comprende anche quell’imposta, calcola l’IVA al 22%.

Con l’accisa ordinaria sul gasolio di 67,29 centesimi al litro, significa che paghiamo quasi 15 centesimi di IVA sulla sola accisa.

In altre parole, paghiamo una tassa e poi paghiamo una seconda tassa anche sulla prima.

Del resto, quando si tratta di carburanti, anche il fisco sembra conoscere piuttosto bene il principio della moltiplicazione.

Ma nemmeno questo basta a spiegare tutto. Perché, tolte le imposte, oltre la metà del prezzo del gasolio resta ancora nella componente industriale e commerciale. Ed è proprio risalendo quella parte della filiera che i numeri cominciano a diventare interessanti.

Bisogna allora risalire ancora un po’ la strada che porta dal nostro serbatoio al pozzo. E fermarsi alla raffineria.

È qui che i numeri cominciano a diventare davvero interessanti.

Tra il 27 luglio e il 18 settembre il rincaro del petrolio, tradotto ancora una volta in litri, è stato di circa 8,2 centesimi.

Nello stesso periodo il gasolio già raffinato è aumentato di oltre 20 centesimi al litro.

La materia prima aumenta di otto centesimi. Il prodotto raffinato di oltre venti.

È in quei dodici centesimi di differenza che bisogna cominciare a cercare.

E non è soltanto una nostra deduzione. L’International Energy Agency ha certificato che ad agosto i margini delle raffinerie hanno raggiunto livelli record nell’area atlantica, spinti soprattutto dal diesel.

Detto in parole molto semplici: il petrolio aumentava, ma il gasolio aumentava molto di più.

E se vogliamo capire chi stia beneficiando di questa situazione non occorre addentrarsi nei bilanci delle multinazionali. Bastano pochi numeri.

Nel primo semestre 2026 la divisione industriale di Repsol ha prodotto un risultato netto adjusted di 1,68 miliardi di euro. Nello stesso periodo del 2025 erano 235 milioni.

Più di sette volte tanto.

E la stessa Repsol spiega che il miglioramento è dovuto principalmente ai maggiori margini di raffinazione.

Anche i numeri di Eni danno un’idea delle dimensioni economiche del settore. Considerando l’intero gruppo, nel primo semestre 2026 Eni ha registrato 8,9 miliardi di euro di risultato operativo adjusted e 3,6 miliardi di utile netto adjusted. Nello stesso periodo il gruppo ha più che raddoppiato la propria previsione sul margine di raffinazione per il 2026.

A questo punto la traccia diventa piuttosto visibile.

Il gasolio raffinato aumenta molto più del greggio. I margini della raffinazione raggiungono livelli record. E le compagnie petrolifere registrano risultati nell’ordine dei miliardi.

Non siamo quindi davanti soltanto a maggiori costi.

Siamo anche davanti a margini molto più elevati. E qualcuno, quei margini, li incassa.

Ci sono poi le tensioni internazionali di questi ultimi giorni, che potranno semmai spingere i prezzi ancora più in alto. Ma sono arrivate dopo.

Possono spiegare i rincari di domani, non quelli che avevamo già pagato ieri.

Alla fine possiamo quindi tornare alla domanda dalla quale siamo partiti.

Nel 2008 53 centesimi di greggio diventavano 1,40 euro di gasolio.

Oggi 55-56 centesimi di greggio sono arrivati a diventare 2,34 euro.

Una parte della differenza se la prende il fisco. Una parte copre certamente maggiori costi industriali, logistici e commerciali. Ma i numeri ci dicono anche che il prezzo del gasolio raffinato è cresciuto molto più di quello del greggio, mentre i margini della raffinazione hanno raggiunto livelli record e i risultati delle compagnie petrolifere sono cresciuti fortemente.

Per questo, la prossima volta che qualcuno ci spiegherà che il gasolio costa di più semplicemente perché «è aumentato il petrolio», sarà lecito almeno sollevare un sopracciglio.

Perché due o tre centesimi in più all’inizio del viaggio non possono trasformarsi da soli in quasi un euro alla fine.

A meno che, tra il pozzo e il nostro serbatoio, non abbiano inventato anche il miracolo della moltiplicazione dei centesimi.

mds

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