a cura dell’avvocato Angelo Grego 
Qualche centesimo. Tutto il miracolo sta lì. Eni e Ip hanno messo un tetto al prezzo dei carburanti, e davanti ai loro distributori si sono formate file che ricordano i forni del dopoguerra. Motori accesi, gente che guarda l’orologio, qualcuno che ha fatto dieci chilometri in più per risparmiare il prezzo di un caffè. Poi fa il conto e scopre che il caffè se l’è bevuto la benzina consumata per arrivarci. Non importa. Il pieno, oggi, è un gesto politico.
Il Governo applaude, i politici ringraziano, perfino l’informazione pubblica indica dove sono le pompe giuste. Le aziende incassano: meno margine su ogni litro, molti più litri. Aritmetica elementare, e ben fatta.
Il diritto, però, ha la cattiva abitudine di arrivare a festa finita, quando accendono le luci.
Tra i concorrenti gira già un borbottio con dentro due parole: concorrenza sleale e abuso di posizione dominante. Non sono insulti, sono norme. L’articolo 2598 del Codice civile vieta di vincere la gara con mezzi scorretti. L’articolo 102 del Trattato europeo vieta a chi è grande di usare la propria stazza per schiacciare chi è piccolo, per esempio vendendo sotto costo finché l’altro abbassa la saracinesca. E quando dietro l’azienda c’è lo Stato, come per Eni, a Bruxelles qualcuno si chiede se quel prezzo sia una scelta commerciale o un aiuto pubblico con il vestito della festa. Come finirà non lo sa nessuno. Ma la domanda è legittima, e qualcuno la farà.
Il precedente, in miniatura, esiste. Un piccolo comune abruzzese ha comprato l’unico distributore del paese e vende il carburante a prezzo di costo. Il sindaco ci fa una gran figura. La differenza però non evapora: la pagano tutti i contribuenti del comune, anche quelli che la macchina non ce l’hanno. Vasi comunicanti applicati al consenso: il livello scende da una parte e sale, in silenzio, dall’altra.
Poi c’è Ip, e dietro Ip l’Azerbaijan. L’Italia è il primo cliente del petrolio azero: 9 milioni di tonnellate, quasi metà delle loro esportazioni, più circa il 16% del gas che ci serve. Visto da Baku, lo sconto alla pompa somiglia a un biglietto di ringraziamento. Gentile. Ma i biglietti di ringraziamento si scrivono finché conviene scriverli.
Ecco cosa dovrebbe farci pensare, mentre aspettiamo in fila. Un Paese che non può bastare a se stesso dovrebbe almeno dipendere un po’ meno dagli altri, costruire qualcosa che resti in piedi quando cambia il vento. Ci ritroviamo invece con i prezzi appesi alla benevolenza di un’azienda e alla simpatia di un governo straniero, mentre la politica sogna il nucleare come si sogna la casa al mare.
Il Governo ha preso tempo. Per farci cosa, a Palazzo Chigi non l’hanno ancora detto.
Intanto facciamo il pieno. Qualche centesimo in meno, e la sensazione, vaga ma tenace, che il conto non sia sparito. L’hanno solo spedito a un altro indirizzo.
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