Il Governo ha ridisegnato la scadenza per i versamenti delle imposte sui redditi del 2025: la data limite non sarà più quella del 30 giugno, bensì il 20 luglio 2026. Lo riporta il Sole24Ore. Chi deciderà di usufruire dell’ulteriore mese di rinvio per pagare ad agosto dovrà però fare i conti con un pesante inasprimento delle sanzioni.
IL TICKET D’AGOSTO: LA PENALE SUI RITARDI SALE ALLO 0,8%
Il differimento dei pagamenti prevede un meccanismo a doppia velocità pensato per proteggere le casse pubbliche. Se la scadenza principale viene congelata senza alcun sovrapprezzo fino al 20 luglio, la vera svolta punitiva scatta per la finestra successiva, quella che si chiuderà il 20 agosto 2026.
Per questo secondo blocco, la tradizionale maggiorazione dello 0,4% applicata in passato viene ufficialmente cancellata e raddoppiata, salendo allo 0,8%. I tecnici del ministero dell’Economia hanno introdotto questo rincaro con l’obiettivo esplicito di scoraggiare un rinvio di massa a fine estate. Lo Stato ha infatti la necessità di incassare tempestivamente la liquidità derivante dalle dichiarazioni dei redditi per poter finanziare le pesanti coperture richieste dagli interventi di welfare e dai bonus energetici.
La proroga non ha un carattere universale e segue perimetri ben definiti. Il rinvio al 20 luglio si applica esclusivamente ai contribuenti titolari di partita IVA che esercitano attività economiche per le quali sono stati approvati gli Indici Sintetici di Affidabilità Fiscale (ISA) e che non superano la soglia dei 5,16 milioni di euro di ricavi.
La misura include a pieno titolo i liberi professionisti in regime ordinario e semplificato, le ditte individuali e, per estensione logica, tutti i lavoratori autonomi che aderiscono al Regime Forfettario. Restano invece totalmente esclusi da questo calendario di favore i lavoratori dipendenti, i pensionati e le grandi società di capitali che superano i tetti di fatturato stabiliti dal ministero.
IL CAOS DEL CONCORDATO E I SOFTWARE IN RITARDO
A rendere inevitabile la tregua fiscale è stato il forte ritardo accumulato dalla macchina burocratica nell’aggiornamento dei sistemi di calcolo per il concordato preventivo biennale (2026-2028). Le associazioni di categoria (Confartigianato, Cna, Casartigiani, Confcommercio e Confesercenti) avevano denunciato in una lettera ai vertici del MEF l’impossibilità di elaborare i bilanci in tempo utile.
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