Un caro vita che non fa rumore, non cambia i cartellini, ma si fa sentire ogni volta che una confezione finisce prima del previsto.

Non sempre l’aumento dei prezzi passa dallo scontrino. A volte si insinua più silenziosamente, riducendo le quantità senza cambiare il costo finale. È la shrinkflation, un fenomeno sempre più diffuso che incide sul potere d’acquisto dei consumatori senza dare nell’occhio, almeno a un primo sguardo.

Il meccanismo è semplice: il prezzo resta invariato, ma il contenuto diminuisce. Meno grammi di pasta, meno biscotti nella confezione, meno detersivo nel flacone. Il risultato, però, è identico a un rincaro: si paga di più per la stessa quantità di prodotto.

Un’inflazione “invisibile”

Negli ultimi anni la shrinkflation è diventata una strategia adottata da molte aziende per fronteggiare l’aumento dei costi delle materie prime, dell’energia e dei trasporti. Ridurre il peso o il volume consente di evitare l’impatto psicologico di un prezzo più alto sullo scaffale, ma trasferisce comunque il costo finale sul consumatore.

Secondo le associazioni dei consumatori, il fenomeno riguarda soprattutto i beni di largo consumo: alimentari, prodotti per la casa, igiene personale. Confezioni esteticamente identiche, talvolta persino più grandi grazie a imballaggi ridisegnati, nascondono però un contenuto ridotto.

L’effetto sul carrello della spesa

Il problema è che la shrinkflation colpisce in modo regressivo: pesa di più su chi ha meno possibilità di scelta e di confronto, come anziani o famiglie con redditi bassi. A fine mese, il carrello costa uguale o di più, ma dura meno. E per tornare alle quantità abituali bisogna comprare più confezioni.

Un esempio tipico è quello dei prodotti alimentari di uso quotidiano: una confezione che passa da 500 a 450 grammi equivale, di fatto, a un aumento di prezzo del 10%. Un rincaro che raramente viene percepito come tale.

Tra legalità e trasparenza

Dal punto di vista normativo, la shrinkflation non è illegale, purché il peso o il volume siano indicati correttamente in etichetta. Il nodo è piuttosto quello della trasparenza. Per questo, in diversi Paesi europei si discute di obblighi informativi più chiari, come l’indicazione evidente della riduzione di quantità rispetto alla confezione precedente.In Italia, le associazioni dei consumatori chiedono da tempo interventi per rendere il fenomeno più visibile, a partire da cartellini sugli scaffali che segnalino le variazioni di peso o formato.

Per il consumatore, l’unica vera arma è l’attenzione. Confrontare il prezzo al chilo o al litro, riportato per legge sullo scaffale, permette di smascherare le riduzioni “invisibili”. Un’abitudine che richiede tempo, ma che diventa sempre più necessaria in una fase di inflazione persistente.

Un segnale dei tempi

La shrinkflation è lo specchio di un’economia sotto pressione, in cui aziende e famiglie cercano di adattarsi a costi crescenti. Ma se per le imprese è una strategia di sopravvivenza, per i consumatori rappresenta un’ulteriore erosione del potere d’acquisto.

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