Tristezza persistente, stanchezza, vuoto emotivo e perdita di interesse. La diagnosi per milioni di persone nel mondo è sempre la stessa: depressione. Ma dietro identici sintomi si nascondono in realtà percorsi e meccanismi biologici completamente differenti. In occasione della Giornata mondiale della salute mentale, la ricerca scientifica propone una vera e propria svolta di paradigma: superare la distinzione netta tra salute fisica e mentale per iniziare a parlare non più di una singola malattia, ma di tante depressioni.
Al centro di questa nuova frontiera c’è lo studio dell’intima connessione tra sistema immunitario, infiammazione e cervello. “Oggi sappiamo che parlare di depressione come se fosse un’unica entità rischia di semplificare una realtà estremamente complessa”, spiega Marco Colizzi, professore associato di Psichiatria presso l’Università degli studi di Udine, direttore della Clinica psichiatrica dell’Azienda sanitaria universitaria Friuli Centrale e ricercatore di livello internazionale formatosi anche al King’s College di Londra.
“Due persone possono presentare sintomi simili, ma arrivarci attraverso percorsi biologici, psicologici e ambientali molto diversi – aggiunge Colizzi – L’infiammazione non spiega tutte le depressioni, ma ci sta aiutando a comprendere come, almeno in alcuni pazienti, sistema immunitario, metabolismo, sistema vascolare e cervello possano concorrere alla comparsa e al mantenimento dei sintomi”.
Dall’infanzia alla terza età: le diverse rotte del disturbo
Le evidenze scientifiche dimostrano che l’origine del problema può avere radici temporali e biologiche molto distanti. “Studi longitudinali indicano che bambini con elevati livelli nel sangue di marker infiammatori (come l’interleuchina-6) mostrano una probabilità di sviluppare depressione a 18 anni superiore di circa il 55% rispetto ai coetanei. L’infiammazione, in questi casi, precede la comparsa dei sintomi di anni.Nell’anziano la depressione si intreccia con il declino cognitivo, le fragilità fisiche e lo stato infiammatorio cronico di basso grado legato all’invecchiamento (inflammaging). Si parla infatti anche di vascular depression, dove le patologie dei piccoli vasi cerebrali alterano i circuiti della motivazione e dell’umore, aumentando di ben 1,8 volte il rischio di successive demenze”, spiega il prof. Colizzi.
Sfumano i confini tra farmaci per il corpo e per la mente
La rivoluzione riguarda anche le terapie. Alcuni tra i più comuni antidepressivi (come gli Ssri) hanno dimostrato di ridurre le citochine pro-infiammatorie nel sangue, rivelando insospettabili proprietà immunomodulatrici. Cresce poi l’interesse per molecole in grado di modulare la neuroinfiammazione. Tra queste c’è la palmitoiletanolamide ultramicronizzata (Pea-um), che agisce anche sul sistema endocannabinoide e viene studiata come supporto agli antidepressivi per migliorare il tono dell’umore e la funzione cognitiva. Allo stesso tempo, alcuni farmaci nati per malattie metaboliche come l’obesità o il diabete (tra cui gli agonisti del recettore Glp-1) sono oggi studiati per i loro possibili benefici sulla salute del cervello.
“Il nostro gruppo di ricerca all’università di Udine sta studiando il ruolo della palmitoiletanolamide ultramicronizzata in alcune condizioni neuropsichiatriche, tra cui gli stati a rischio di psicosi e i disturbi dello spettro autistico, con risultati già oggetto di pubblicazioni scientifiche”, conclude l’esperto.
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