Chi lavora accanto ai malati oncologici li chiama spesso “presenze silenziose”. Non perché non parlino, ma perché restano. Sempre. Gli infermieri oncologici sono il filo continuo che accompagna il paziente lungo tutto il percorso della malattia, fino ai momenti più duri, quando la cura lascia spazio all’accompagnamento e la medicina diventa soprattutto umanità.
In Italia sono tra i 12 e i 18 mila, a fronte di oltre 3,7 milioni di persone che convivono con una diagnosi di tumore. Numeri che raccontano una sproporzione evidente, ma anche una dedizione fuori scala. Lo ricorda il sindacato Nursing Up nel comunicato diffuso in occasione della Giornata mondiale contro il cancro: senza infermieri valorizzati, le cure diventano più fragili.
L’infermiere oncologico non è soltanto il professionista che somministra una terapia o controlla un parametro clinico. È spesso il primo sguardo dopo una diagnosi che cambia la vita, la voce che spiega ciò che il paziente non ha avuto il coraggio di chiedere al medico, la mano che resta quando la stanza si svuota.
Nei reparti oncologici, nei day hospital, nelle reti territoriali e nelle cure palliative, questi professionisti accompagnano le persone nei momenti di maggiore vulnerabilità. Gestiscono il dolore, gli effetti collaterali delle terapie, la paura, la rabbia, il senso di smarrimento. E quando la malattia diventa terminale, sono loro a garantire dignità, ascolto e presenza fino all’ultimo istante.
Non a caso circa il 70% degli infermieri oncologici è donna, una distribuzione che riflette quella dell’intera professione infermieristica, ma che in oncologia assume un peso simbolico ulteriore: cura, relazione, resistenza emotiva quotidiana.
«Il cancro non colpisce solo il corpo, ma l’intera sfera emotiva della persona», sottolinea Antonio De Palma, presidente di Nursing Up. Una verità che gli infermieri oncologici conoscono meglio di chiunque altro. Sono loro a restare accanto ai pazienti quando le terapie non funzionano più, quando la parola “guarigione” scompare dal vocabolario e resta solo il tempo, da rendere il più possibile umano.
In queste fasi, l’infermiere diventa spesso un angelo discreto: non promette miracoli, ma garantisce che nessuno sarà lasciato solo. È una presenza che non fa notizia, ma che per i pazienti e le famiglie è tutto.
Un ruolo così delicato richiede competenze avanzate. Oncologia clinica, gestione del dolore, cure palliative, comunicazione con il paziente fragile, supporto psicologico: non sono abilità improvvisate, ma frutto di formazione specialistica e aggiornamento continuo. Eppure, denuncia Nursing Up, troppo spesso a questi professionisti viene chiesto di reggere carichi assistenziali ed emotivi enormi senza un adeguato riconoscimento.
«Non si può continuare a chiedere tutto agli infermieri senza investire seriamente su di loro», avverte De Palma. Perché la qualità delle cure oncologiche non dipende solo dalle tecnologie o dai farmaci innovativi, ma anche – e soprattutto – da chi resta accanto al paziente ogni giorno.
Valorizzare gli infermieri oncologici significa rafforzare l’intero sistema sanitario. Significa garantire cure più sicure, più efficaci, ma anche più umane. In un Paese in cui il numero dei pazienti oncologici continua a crescere grazie all’aumento della sopravvivenza, ignorare il ruolo di questi professionisti equivale a indebolire la risposta a una delle sfide sanitarie e sociali più complesse del nostro tempo.
Dietro ogni terapia, ogni cartella clinica, ogni statistica, c’è una persona. E spesso, accanto a quella persona, c’è un infermiere oncologico. Silenzioso, competente, presente. Anche quando il compito più difficile non è più curare, ma accompagnare.
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