Il tumore ovarico resta una delle neoplasie ginecologiche più insidiose e difficili da diagnosticare precocemente. Secondo i dati clinici, la sua incidenza è in costante crescita da oltre 30 anni, con un aumento dei casi anche tra le giovani donne, in particolare nella fascia 20-24 anni.

Tra i fattori di rischio che stanno anticipando i casi figurano il posticipo della prima gravidanza e la riduzione del numero complessivo di gravidanze, le mutazioni genetiche BRCA1 e BRCA2, alcune sindromi come quella di Lynch, l’endometriosi, l’obesità e l’esposizione a interferenti endocrini e fattori ambientali.
Non esiste ancora un test di screening efficace e i sintomi iniziali del tumore ovarico (gonfiore addominale, dolore pelvico, senso di sazietà precoce) sono spesso vaghi e sottovalutati.

L’intervento, eseguito in laparoscopia dal ginecologo Aris Raad Besharat, è durato 40 minuti e ha consentito la dimissione dopo 24 ore. Oggi l’80% degli interventi al Sant’Andrea viene effettuato con tecniche mininvasive o robotiche, garantendo meno dolore e recuperi più rapidi, anche nelle pazienti più giovani. Per saperne di più la Dire ha intervistato il dottor Besharat, medico di origine greche, 40 anni, che ha scelto di restare in Italia dopo i suoi studi alla Sapienza.

 Dottor Besharat, la chirurgia laparoscopica è una tecnica sempre più utilizzata per il trattamento del tumore ovarico. Quali sono i principali vantaggi di questa metodica e in quali casi è comunque necessaria un’operazione più invasiva?

“I vantaggi della chirurgia laparoscopica rispetto alla chirurgia laparotomica sono molteplici. Abbiamo un minor trauma chirurgico con incisioni cutanee piccole, un recupero più rapido della paziente con degenza in ospedale più breve, minor dolore postoperatorio e un minor rischio di complicanze e trasfusioni.
Ma attenzione, perché nel tumore ovarico, avendo come obiettivo principale della chirurgia l’assenza di malattia macroscopicamente visibile, l’approccio mininvasivo non sempre è indicato. Per esempio nel caso di tumori ovarici con un sospetto alto di malignità, oppure di tumori con una parte solida grande, oppure in uno stadio avanzato di malattia è preferibile ancora ad oggi l’approccio laparotomico più invasivo, per far sì che si asporti tutta la malattia macroscopicamente visibile”.

“È possibile che l’evoluzione diagnostica negli ultimi anni abbia portato a molti più casi diagnosticati in donne sotto i 40 anni di età. Attualmente siamo molto più attenti a identificare la predisposizione genetica con le mutazioni BRCA1 e BRCA2, come anche sindromi genetiche come la Sindrome di Lynch.
Inoltre siamo ancora più attenti alla diagnosi di patologie come l’endometriosi, che è stata correlata in alcuni casi con alcuni tipi di tumore ovarico. Fattori che potrebbero essere alla base di questa tendenza sono il posticipo della prima gravidanza, la riduzione del numero di gravidanze, l’obesità, gli interferenti endocrini e l’esposizione ambientale. Purtroppo per il tumore ovarico ad oggi non esiste un test di screening valido. Ci sono tanti studi su approcci diagnostici diversi come la biopsia liquida ma ad oggi non abbiamo dati concreti per quanto riguarda il tumore ovarico. Quello che noi dobbiamo trasmettere a tutte le pazienti è che almeno una volta all’anno un controllo ginecologico con una ecografia transvaginale va effettuato e i cambianti del corpo della donna vanno sempre indagati”.

Lei, intanto, ha scelto di restare in Italia nonostante le opportunità di lavoro ricevute all’estero. Cosa rende il Servizio sanitario italiano così valido e quali aspetti potrebbero essere migliorati?

Molti giovani medici italiani oggi cercano esperienze all’estero. Cosa consiglia a chi si sta formando in medicina in Italia?

“Il confronto con l’estero è un’opportunità di crescita, non perché l’Italia non formi bene, ma perché oggi la carriera medica ha una dimensione internazionale. Esperienze fuori dai confini nazionali ampliano la mentalità clinica, fanno conoscere modelli organizzativi diversi e aiutano a costruire reti professionali. Ai giovani in formazione il consiglio è di puntare sempre alla massima qualità, costruendo nei primi anni solide basi teoriche e pratiche, anche a costo di sacrifici. Dopo aver consolidato le competenze di base, è utile scegliere centri di eccellenza per sviluppare specializzazioni mirate. In Italia le sfide non mancano: retribuzioni meno competitive, contratti precari, scarsa autonomia iniziale, pressione clinica, burocrazia e contenzioso medico-legale. Serve un sistema più meritocratico, fondato su valutazioni oggettive e valorizzazione delle competenze. È necessario ridurre la burocrazia, sfruttare la tecnologia e limitare la medicina difensiva, garantendo norme chiare e tutele equilibrate per consentire ai medici di lavorare con serenità”.

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