Eletta tra le più produttive del Nord-Est per numero di atti presentati, ma indicata come penultima per partecipazione al voto. È da questa contraddizione che nasce la denuncia pubblica dell’europarlamentare vicentina Cristina Guarda, che in un lungo post sui social racconta quanto accaduto nelle ultime ore. Secondo i dati pubblicati dal sito “Where is my MEP”, piattaforma che monitora la produttività degli eurodeputati, negli ultimi sei mesi la sua partecipazione al voto si sarebbe fermata al 75%. Un dato superiore al 42% dei peggiori, ma – sottolinea la stessa Guarda – «decisamente distante dal mio stile e dalla costanza nell’esserci». Peccato che, come emerso dopo una richiesta di chiarimento, il calcolo non riguardasse solo gli ultimi sei mesi ma l’intero periodo dall’inizio del mandato, includendo anche i mesi in cui l’europarlamentare era in maternità.
“Tre mesi per curare l’idea più bella che abbia mai generato”
«Si erano sbagliati: i dati erano da inizio mandato e io ero in maternità», scrive Guarda. Poco più di tre mesi – spiega – dedicati «a curare l’idea più bella che abbia mai generato». Un’assenza dunque legata alla nascita della figlia, non a mancanza di impegno politico.
La parlamentare precisa inoltre di aver saltato solo due giorni di votazioni nell’ultimo anno, per evitare viaggi notturni con la figlia piccola. E denuncia che non tutte le assenze sarebbero state una scelta personale: «Sono stata l’apripista e più volte colleghi – fatalità di destra e uomini – non solo mi hanno impedito di partecipare online alle sedute, ma anche di intervenire da remoto». Un’accusa pesante, che chiama in causa il funzionamento delle procedure interne e, indirettamente, il clima nei confronti delle madri lavoratrici in politica.
“Quanto poco basta per cancellare fatica e cuore”
Il punto, per Guarda, non è solo statistico ma culturale. «Quanto poco basta per dare l’impressione sbagliata e cancellare, su un sito e poi sulla stampa, tutti gli sforzi che abbiamo fatto», scrive, riferendosi anche alle colleghe neo mamme che hanno partorito dopo di lei. La parlamentare rivendica con forza il diritto a una maternità pienamente riconosciuta anche nelle istituzioni europee: tre mesi prima e sei mesi dopo il parto, con la possibilità di delegare il voto a un collega di gruppo. Una proposta già votata in Parlamento e che attende il riconoscimento ufficiale. Nel frattempo, racconta il “dietro le quinte” di una quotidianità fatta di riunioni intervallate da pannolini da cambiare, votazioni mentre si allatta, studio degli atti durante il “tummy time”, corse all’asilo e viaggi spezzettati per conciliare Bruxelles, Strasburgo e casa.
La richiesta di correzione
Guarda ha chiesto formalmente al sito “Where is my MEP” di correggere i dati errati e di specificare i motivi delle assenze, come indicato dal Parlamento europeo. Perché, sostiene, «i numeri dovrebbero raccontare anche questa fatica». La vicenda solleva una questione più ampia: quanto i sistemi di monitoraggio della produttività politica riescano davvero a restituire il contesto, soprattutto quando si tratta di diritti legati alla maternità. «Continueremo nelle nostre lotte – conclude – sperando che le madri lavoratrici del futuro, fuori e dentro la politica, debbano fare meno fatica e, leggendo i giornali, vedano questa fatica celebrata, non mortificata».
Una denuncia che va oltre il singolo dato statistico e riapre il dibattito su rappresentanza, pari opportunità e condizioni di lavoro nelle istituzioni europee.
N.B.
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