Un clic e i soldi spariscono dall’azienda. Non è una rapina, ma una truffa. A farne le spese la dipendente che ha creduto all’email che le era arrivata, predisponendo il bonifico di quasi 16mila euro. Perderà il posto di lavoro, dovrà risarcire l’azienda e la Cassazione da’ ragione all’azienda.
Ai giudici non è bastata la versione della contabile che ha cercato di discolparsi: “sono stata truffata, anche io sono una vittima”. Per gli Ermellini, infatti, si guarda non tanto alla truffa, ma al comportamento che questa dipendente ha avuto. Un’addetta alla contabilità: non una distratta qualunque. Che riceve quella email, la legge, si fida. Dispone il pagamento. Solo in seguito scopre che il mittente era falso e che i soldi sono ormai spariti, nonostante avrebbe avuto tempo di bloccare l’operazione. Di fronte a questo, l’azienda reagisce e procede con il licenziamento.
La Cassazione, con l’ordinanza n. 3263 del 13 febbraio, ha definito i limiti entro cui l’errore di un lavoratore colpito da phishing può essere ritenuto giustificabile. Chi lavora deve farlo con diligenza, attenzione, responsabilità. E’ scritto nero su bianco negli articoli 2104 e 2105 del Codice civile. E vale sempre. Anche quando dall’altra parte c’è un truffatore esperto.
di Redazione AltovicentinOnline
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