Un post, una bufera, la revoca di deleghe in Comune. E, sullo sfondo, un’inchiesta antiterrorismo della Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo di Genova (DDA) che finisce con i magistrati “sotto tutela”. Dentro questa sequenza c’è un punto che, in Italia, viene spesso trattato come un dettaglio fastidioso: la differenza tra esprimere un’opinione e parlare da titolare di una funzione pubblica.

“È tempo di accettare, nel cuore e nella mente, che con la libertà viene la responsabilità” (*)

I fatti, nudi e crudi

Il consigliere comunale Alaeddine Kaabouri pubblica sui social un messaggio in cui solidarizza con Mohammad Hannoun e con gli arrestati del 27 dicembre 2025, definendo l’indagine “una nuova operazione repressiva” e attribuendone la “regia” al governo e al ministro dell’Interno. La reazione politica è immediata: Fratelli d’Italia chiede la revoca delle deleghe, sostenendo che non si discute il diritto all’opinione ma la responsabilità che deriva dal rappresentare una comunità nelle istituzioni. Pochi giorni dopo, il sindaco revoca le deleghe. Kaabouri denuncia minacce e pressioni, anche verso i familiari, tanto da doversi attivare il codice rosso.

Questi sono i fatti. Tutto il resto è interpretazione. Ed è qui che la vicenda diventa interessante.

Articolo 21 e articolo 54: due principi che convivono

La libertà di manifestare il proprio pensiero è un cardine: articolo 21 della Costituzione. Ma la Costituzione affianca un secondo livello quando si esercita una funzione pubblica: articolo 54, “disciplina e onore”. Tradotto: un consigliere comunale non perde il diritto di parola. Però parla anche da istituzione. E quando la sua comunicazione non critica un atto o una scelta, ma descrive l’azione di magistratura e forze investigative come “repressione” politica, sposta l’asse dal dissenso all’idea di delegittimazione.

Opinione contro ruolo: il punto che molti fingono di non vedere

Qui il nodo non è “si può difendere un indagato?”. Certo che si può. È normale in uno Stato di diritto: garantismo, presunzione di innocenza, critica. Il nodo è il frame: definire l’operato investigativo come “regia politica” non è un’opinione neutra. È un’accusa sul metodo e sulla legittimità dell’azione pubblica. E quando a formularla è chi ricopre un incarico elettivo, diventa inevitabile che quella comunità — sindaco e maggioranza — valuti se quelle parole siano compatibili con le deleghe e con la fiducia istituzionale.

Il dettaglio che cambia il quadro: i magistrati sotto tutela

C’è poi un elemento che rende tutto più serio, e anche più rivelatore. Dopo l’operazione “Domino”, la giudice per le indagini preliminari e il pubblico ministero indicati come titolari del fascicolo risultano posti sotto tutela: misure di protezione decise sul versante della sicurezza pubblica. È un dato che impone una domanda: se il dibattito pubblico arriva a produrre un clima tale da richiedere protezione per chi firma gli atti, il problema non è la dialettica democratica. È la sua degenerazione.

La responsabilità della politica: quando i fatti diventano merce

E qui entra la parte più scomoda, perché riguarda la politica nel suo complesso. Il caso Kaabouri è stato trattato da troppi come un’occasione: non per chiarire confini tra libertà e funzione, ma per incassare rendite di posizione.

Da un lato c’è chi cavalca l’indignazione come un grimaldello identitario: la revoca delle deleghe diventa trofeo, bandierina, prova di purezza. Dall’altro c’è chi trasforma un’inchiesta complessa in un santino: non per discutere garanzie e diritto, ma per alzare il volume dello scontro, cercando consenso sul terreno emotivo.

A completare il quadro, arriva la pretesa demenziale di chi prova a trasformare un atto amministrativo in un rito di piazza: gli organizzatori del corteo “pro Pal” annunciato per sabato a Thiene chiedono al sindaco di presentarsi in manifestazione e “spiegare pubblicamente” perché abbia revocato le deleghe. Come se un provvedimento motivato e formalizzato dovesse essere “giustificato” a microfono aperto, davanti a chi ha già deciso la sentenza.

In mezzo restano le istituzioni: la magistratura chiamata a indagare, le forze di polizia chiamate a eseguire, e una comunità locale usata come scenografia. Quando un fatto giudiziario diventa materiale di propaganda, la verità non interessa più a nessuno: interessa solo la convenienza.

La lezione (banale, ma sempre disattesa)

La libertà di opinione resta intatta. Ma l’incarico pubblico porta un vincolo: preservare, anche criticandole, le condizioni minime di legittimazione delle istituzioni democratiche. Criticare una scelta o chiedere chiarimenti è legittimo. Descrivere l’azione giudiziaria come “repressione” e “regia politica” è un’altra cosa.

E quando, nello stesso arco di giorni, si passa dalle piazze proclamate “pacifiche” ai magistrati sotto tutela, la differenza diventa lampante: le parole non sono mai solo parole. Soprattutto se le pronuncia chi, per definizione, dovrebbe difendere la cornice istituzionale che consente a tutti — anche a chi protesta — di parlare liberamente.

“Essere liberi non significa soltanto spezzare le proprie catene, ma vivere in un modo che rispetti e accresca la libertà degli altri.” (*Nelson Mandela)

mds

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