di Natalia Bandiera
C’è una sproporzione che salta agli occhi prima ancora dei numeri: in un Paese attraversato da rincari energetici, liste d’attesa sanitarie infinite, salari stagnanti e nuove povertà, la notizia di un commissario straordinario che in 18 mesi porta a casa circa 493mila euro lordi (quasi 30mila euro netti al mese) non è solo un dato di cronaca: è un cortocircuito etico. Felice Squitieri, architetto vicino alla Lega e già attivo al ministero dell’Ambiente, è stato nominato per guidare la ricognizione e l’attuazione di parte del Piano casa , un ruolo cruciale, che comporta poteri acceleratori e una struttura di supporto dedicata. La politica difenderà la scelta con l’argomento dell’“eccezionalità” e della “responsabilità” del compito. Ma la distanza tra quel compenso e la realtà quotidiana di milioni di contribuenti è lacerante. Sarebbe facile scadere nel populismo aritmetico: non sarà certo la decurtazione di uno stipendio o di una dozzina di super-incarichi a risanare i conti di un’Italia schiacciata da un debito pubblico storico. Tagliare singole retribuzioni non abbassa per magia lo spread, non finanzia stabilmente la sanità territoriale, non sblocca investimenti privati. Eppure, proprio perché non viviamo nel mondo delle semplificazioni, vale l’opposto: sono questi episodi a corrodere la fiducia, a nutrire l’idea di una politica che appare più poltronificio che servizio. La tenuta fiscale di un Paese non si regge solo sui decimali di bilancio, ma sul sentimento condiviso che il sacrificio sia equo, che le regole valgano per tutti, che il merito e l’urgenza guidino davvero le scelte.
Il contesto rende la ferita più profonda.
Famiglie che pagano bollette ancora elevate e rinviano spese essenziali. Pensionati che non riescono a permettersi una Rsa o una casa di riposo dignitosa, costretti a soluzioni precarie o a gravare interamente sui familiari. Lavoratori poveri con contratti intermittenti che sommano due mestieri per arrivare a fine mese. Nuclei monoreddito che scelgono tra affitto e cure dentistiche per i figli. Aree interne dove il medico di base non si trova e il trasporto pubblico è un miraggio, mentre i costi reali della vita, cibo, carburanti, servizi , mordono.
Dentro questo quadro, la cifra di quasi 30mila euro netti al mese , per un incarico che può persino derogare a molte norme ordinarie pur restando entro i presidii penali e antimafia , diventa simbolo. Non tanto dell’inefficienza contabile, quanto di un messaggio sbagliato: quando si chiedono sobrietà e responsabilità al Paese, lo Stato per primo deve praticarle. Altrimenti il patto sociale si sgretola.
E’ chiaro non è demonizzare le competenze né negare che, per progetti complessi, servano guide capaci e ben retribuite.
E’ populistico credere che basti tagliare “gli stipendi d’oro” per aggiustare i conti di uno Stato indebitato. Ma è altrettanto miope ignorare che certi stipendi, in certe congiunture, hanno un costo politico e civile enorme: sdegnano il cittadino contribuente, alimentano disaffezione e astensione, scavano il solco tra Paese reale e istituzioni. La politica dovrebbe conoscere il valore simbolico delle sue scelte almeno quanto il loro costo economico.
Il Piano casa sarà giudicato dai fatti: quanti alloggi popolari torneranno realmente disponibili, con quali tempi e standard di qualità, a beneficio di chi oggi vive in attesa o in condizioni indegne. Se i risultati arriveranno, se la trasparenza sarà totale e la spesa efficiente, il commissario e il suo compenso troveranno una parte della loro legittimazione nell’esito. Ma senza quei fatti, resterà l’ennesima prova che la distanza tra chi decide e chi paga cresce. E dove cresce quella distanza, nessun piano, per la casa o per i conti, regge a lungo.
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