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La crisi colpisce le regioni ricche del Nord e di montagna

Roma, 3 mar. (askanews) - "Una riforma del catasto, vera ed efficace, duratura, dovrebbe accompagnarsi a una ricomposizione fondiaria. Dei terreni, oltre che degli immobili. Dovrebbe permettere di rivedere aliquote e accatastamenti, certo, ma anche rendere peculiare le imposizioni fiscali sugli immobili dei territori montani. Molti sono quelli fantasma, ma non perché abusivi, costruiti senza permessi. Perché abbandonati. Lasciati in abbandono, a cadere e a deperire, invasi dai boschi in tanti pezzi di paesi e frazioni di Comuni. Molti immobili sono stati resi ruderi, diruti, togliendo il tetto da parte dei proprietari, quando sono passati, anni fa, dal catasto agricolo a quello edilizio-urbano. Riconoscere la specificità di questi contesti, permettere una ricomposizione, e di agire da parte dei Comuni quando non si rintracciano i proprietari, o quando gli eredi sono venti, trenta e non sanno manco di avere quel pezzetto di immobile condiviso, e dunque lo lasciano in abbandono, è necessario. È urgente". Lo afferma Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem, l'Unione dei Comuni, delle Comunità e degli Enti montani. "Uncem è pronta a fare delle proposte. Serve dunque una specificità per le aree montane, per gli immobili abitati e per quelli dismessi e in stato di abbandono. Oltre che per la fiscalità locale comunale, negli ultimi anni al centro di riforme non sempre armoniche, non certo sussidiarie tra i diversi livelli istituzionali. Riforma del catasto e riforma fiscale siano strumenti che non dividono le forze politiche, bensì che consentono il dialogo in tutto l'arco costituzionale, con posizioni che si armonizzano per il bene della collettività", conclude.

Si «accorcia» la distanza tra il Comune più ricco e quello più povero d’Italia, e per paradosso ora le parti si sono invertite. Stanno infatti a meno di 500 chilometri l’una dall’altra la località con il reddito più alto, Lajatico (Pisa), nel Centro Italia, e quella più povera, Cavargna (Como), comune del ricco Nord ai confini con la Svizzera.
A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia di Mestre (Venezia), che ha analizzato i dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze riferiti alle dichiarazioni dei redditi Irpef del 2021.
Questa situazione paradossale è riconducibile al fatto che i 985 contribuenti residenti a Lajatico nel 2021 hanno dichiarato un reddito medio pari a 54.708 euro, e i 94 presenti nel borgo di Cavargna solo 6.314 euro.

Il nostro Paese presenta quindi, anche dalla lettura delle dichiarazioni dei contribuenti, differenze molto marcate, con segnali di impoverimento che purtroppo interessano anche il Nord: tra i 50 territori più «poveri» del Paese, ad esempio, ben 11 sono del Settentrione. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di piccolissime realtà di montagna, che hanno vissuto negli ultimi 30-40 anni lo spopolamento e un progressivo invecchiamento della popolazione rimasta. Milano comunque rimane il comune capoluogo di provincia più ricco d’Italia, con 37.189 euro, praticamente il doppio dei 18.706 euro dichiarati a Ragusa.

Il comune più ricco del Mezzogiorno è Sant’Agata li Battiati (Catania), 152/o con 28.055 euro, San Gregorio di Catania 155/o con 28.019 euro, e Cagliari che è 266/o con 26.985 euro.

Tra i comuni capoluogo di regione del Centronord Bologna è 92/a con 29.480 euro, Roma 120/a con 28.646 euro, Bolzano 133/a con 28.473 euro, Firenze 186/a con 27.636 euro; in fondo stanno Trieste al 680/o posto con 24.962 euro, Aosta al 771/o con 24.683 euro e Venezia al 1.034/o con 24.058 euro. In linea generale i contribuenti più abbienti abitano nelle medie/grandi città o nei comuni dell’hinterland.

A centro sud L’Aquila occupa il 1.202/o posto con un reddito di 23.727 euro, Bari è al 1.363/o con 23.427 euro, Potenza al 1.674/o con 22.925 euro, Napoli al 1.876/o con 22.603 euro, Campobasso al 2.133/o con 22.239 euro, Palermo al 2.405/o con 21.850 euro e Catanzaro al 2.519/o con 21.685 euro.

La Cgia sottolinea comunque che questi dati non includono i redditi dei soggetti a imposta sostitutiva, o esenti da tassazione diretta, come gli interessi sui redditi di capitale e i redditi in regime forfettario, o eventuali integrazioni (reddito di cittadinanza, assegno unico, pensioni di invalidità). In questa statistica non sono compresi nemmeno gli effetti del lavoro sommerso e dell’evasione fiscale, “espediente» per sostenere economicamente le fasce sociali più deboli.