Fino a pochi giorni fa, nessuno avrebbe pensato che dietro quella coppia all’apparenza irreprensibile potesse nascondersi un abisso.
Lui, giornalista affermato, ex vice direttore di un telegiornale nazionale, un uomo dalla carriera prestigiosa e una famiglia “perfetta”: moglie, due figli, una casa in un bel quartiere romano.
Lei, una professoressa e addetta stampa stimata, colta, elegante, da anni punto di riferimento in un teatro capitolino.
Invece, oggi, entrambi si trovano in carcere — lui a Rebibbia, lei a Venezia — con accuse che gelano il sangue: pedofilia, detenzione e diffusione di materiale pedopornografico, e per la donna anche violenza sessuale aggravata.

Una scoperta nata in famiglia

A far crollare la facciata di normalità è stata una scoperta domestica. La figlia sedicenne della professoressa, curiosando nel computer della madre, si è imbattuta in una cartella che non avrebbe mai dovuto esistere: centinaia di immagini e video raccapriccianti. C’erano foto che la ritraevano da bambina, quando aveva otto anni, e materiali recenti — quelli dei suoi cuginetti di 5 e 8 anni — figli del fratello della donna.
Sconvolta, l’adolescente ha avvisato i parenti e poi il padre, facendo così partire la denuncia che ha dato il via all’indagine.

L’uomo dietro le richieste

Secondo gli inquirenti, coordinati prima dalla Procura di Roma e ora da quella di Venezia, sarebbe stato il giornalista a “istigare” l’amante. Dalle chat tra i due emerge una relazione ossessiva e malata: era lui, scrive il Corriere della Sera, a chiedere costantemente nuove foto e video, a volte usando frasi volgari e richieste esplicite.

Gli investigatori del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Roma ritengono che le immagini non si fermassero fra loro: il sospetto è che l’uomo possa averle condivise anche su piattaforme di messaggistica estere, forse con altri pedofili. Una pista ancora aperta, su cui gli investigatori stanno lavorando per ricostruire i contatti e le eventuali diramazioni internazionali.

Entrambi condannati ormai dall’opinione pubblica, all’interno di un caso che continua a scuotere chiunque lo legga, i due si dichiarano innocenti. “Non ho fatto niente”, avrebbe detto la donna alle sue avvocate, Francesca Ottoni e Marta Labozzetta. Ma gli elementi emersi dalle indagini parlano di scambi regolari di materiale, durati almeno alcuni anni.

La figura del giornalista rende la vicenda ancora più paradossale: un uomo abituato ai riflettori, alle parole, all’informazione, ora al centro di un’inchiesta che racconta la caduta dell’etica e del buonsenso.
E la professoressa — ritenuta da tutti una zia amorevole, sempre disponibile a occuparsi dei nipoti — sarebbe stata lei stessa, secondo gli inquirenti, a fotografarli e riprenderli, tradendo la fiducia della propria famiglia.

Il tradimento dell’“insospettabilità”

È questo l’aspetto che più colpisce: l’assoluta normalità dei protagonisti. Niente storie di degrado, nessun profilo marginale. Un giornalista e un’insegnante, due figure che dovrebbero incarnare l’educazione, la cultura, il senso civico. Due persone che nella vita quotidiana rappresentavano la competenza, la parola, la fiducia.

E invece, dietro quella rispettabilità borghese, prendeva forma un segreto terribile, scoperto solo per caso — grazie al coraggio di una figlia che non ha voltato lo sguardo.

La vicenda, ora all’esame dei gip di Roma e Venezia per la convalida degli arresti, non è solo un fatto di cronaca nera. È anche uno specchio inquietante del nostro tempo, dove l’insospettabilità sembra diventare una maschera sempre più facile da indossare.

Ci interroga su quanto poco davvero sappiamo delle persone che ci circondano — colleghi, insegnanti, professionisti — e su quanto sottile possa essere la linea tra la vita rispettabile e il suo oscuro contrario.

N.B.

 

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